La minaccia dei dazi Trump spinge l'Europa a cercare una via finanziaria autonoma
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Redazione Esteri
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Le minacce di ritorsioni commerciali provenienti dalla nuova amministrazione statunitense guidata da Donald Trump, espresse senza mezzi termini durante l’ultimo forum di Davos, stanno imponendo a Bruxelles una riflessione strategica sulla propria autonomia finanziaria, un percorso che appare oggi più urgente che mai. L’annuncio di possibili dazi punitivi, descritto dal presidente stesso come “una grande ritorsione” qualora l’Europa decidesse di vendere titoli di stato americani, ha infatti posto la questione della vulnerabilità dell’Unione di fronte a scelte unilaterali di un partner storico, costringendo gli analisti a valutare strumenti di risposta credibili e strutturali.
Eurobond e progetti credibili: la proposta per trattenere il risparmio
In questo contesto di crescente tensione, si inserisce l’analisi di Massimo Bordignon, docente di Scienza delle finanze all’Università Cattolica di Milano, il quale, forte di una lunga esperienza come consulente della Commissione europea, indica una possibile direttrice di marcia. “Ogni anno l’Europa investe circa 300 miliardi negli Stati Uniti”, osserva Bordignon, sottolineando come, se esistessero “progetti europei solidi e credibili, una parte di quel risparmio resterebbe qui”. La creazione di strumenti finanziari comuni, come gli eurobond legati a iniziative di investimento trasformativo, potrebbe dunque rappresentare non solo una leva per lo sviluppo interno ma anche un baluardo contro la dipendenza dai mercati esteri, sebbene al momento l’agenda politica sembri concentrata quasi esclusivamente sulla questione del riarmo.
Lo strumento anti-coercizione: un'arma troppo lenta per una risposta immediata
La complessità della risposta europea, d’altronde, emerge chiaramente quando si esaminano gli strumenti già a disposizione dell’Unione. Il cosiddetto ‘bazooka’ commerciale, formalmente lo Strumento Anti-Coercizione, è stato concepito per affrontare pressioni economiche illecite, ma la sua architettura normativa ne limita fortemente la rapidità d’impiego. La procedura, che richiede diversi passaggi obbligatori, prevede infatti un periodo di quattro mesi soltanto per la verifica iniziale dell’esistenza di una coercizione, durante il quale deve essere tentata la via diplomatica. Solo dopo questa fase, e dietro approvazione del Consiglio a maggioranza qualificata, si potrebbero adottare contromisure concrete, un lasso di tempo che lo rende poco adatto a reazioni fulminee.
La necessità di un'unità politica oltre le semplificazioni
La sfida posta dalle dichiarazioni di Trump, che alcuni osservatori interni come l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton hanno definito come proprie di una personalità “fuori controllo”, trascende dunque la semplice disputa commerciale e investe il cuore del progetto europeo. La narrazione che dipinge l’Unione come un'entità moribonda e incapace di reazione, un “vaso di coccio” tra i giganti, viene messa alla prova da questa nuova prova di forza, spingendo molti a vedere nella pressione esterna, paradossalmente, un potente catalizzatore per una maggiore integrazione. La costruzione di una sovranità finanziaria e di una politica estera coesa si configurano non più come opzioni astratte ma come imperativi dettati dalle circostanze, in un quadro internazionale dove il multilateralismo appare sempre più sotto attacco.




