Traffico di droga tra il litorale laziale e il Sud America, i carabinieri eseguono otto arresti: coinvolte anche Catania e Reggio Calabria
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Redazione Interno
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Dalle prime ore dell'alba, i carabinieri della Sezione operativa della Compagnia di Civitavecchia hanno dato esecuzione a un'ordinanza cautelare, emessa dal gip di Roma, che ha portato alla custodia in carcere di otto persone. L'indagine, che si estende su un fronte geografico particolarmente ampio, coinvolge le province di Roma, L'Aquila, Reggio Calabria e Catania, con un totale di undici indagati a vario titolo; tre di questi, al momento, si trovano in stato di libertà, sebbene gravati da pesanti indizi di colpevolezza.
Il provvedimento scaturisce da un'attività investigativa complessa, finalizzata a disarticolare un'associazione criminale dedita al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, con particolare riferimento alla cocaina, importata dal Sud America e successivamente smistata sul territorio nazionale.
Quel che rende questa operazione degna di nota, al di là del numero di arresti eseguiti, è la duplice natura dei reati contestati e il modus operandi che è emerso nel corso delle indagini.
Da un lato, infatti, il sodalizio criminale si occupava dell'importazione di ingenti quantitativi di droga, sfruttando una rotta consolidata che partiva dal porto di Barranquilla, in Colombia, per giungere fino al porto di Genova.
Una volta sbarcata la merce, scattava una vera e propria staffetta di corrieri, che utilizzavano camion e autovetture dotati di doppi fondi per trasportare la cocaina fino al litorale romano, dove veniva stoccata in un centro di smistamento individuato sulla via Cassia, per essere poi distribuita nelle piazze di spasso della periferia capitolina, tra cui Formello, Primavalle, San Cesareo e Centocelle.
Dall'altro lato, però, le intercettazioni e le risultanze probatorie hanno rivelato un episodio criminoso di singolare audacia, che ha visto protagonisti esponenti della camorra napoletana, i quali avrebbero messo a segno una vera e propria truffa ai danni di un cartello colombiano. Secondo quanto ricostruito, i camorristi, fingendosi carabinieri, avrebbero organizzato un finto blitz, sottraendo ai narcotrafficanti sudamericani un carico di dieci chili di cocaina, per un valore stimato di circa duecentottantamila euro.
La messinscena, che ha ingannato i narcos, ha innescato una reazione a catena: il cartello colombiano, per tentare di recuperare la refurtiva o il denaro equivalente, ha attivato i propri canali in Italia, organizzando incontri in Campania nel tentativo di ricomporre la frattura, e dimostrando la pericolosa interconnessione tra diverse organizzazioni criminali operanti sul territorio nazionale.
La dinamica dell'importazione e il ruolo delle province coinvolte
L'impianto accusatorio, delineato dal gip di Roma, dipinge un quadro operativo di notevole complessità, in cui le diverse anime del sodalizio collaboravano in sinergia per garantire l'approvvigionamento e la successiva commercializzazione della droga. La cocaina, una volta giunta a Genova, non sempre seguiva il percorso via terra; in alcune circostanze, i carichi venivano lasciati in mare, in punti prefissati e comunicati tramite coordinate GPS, per essere successivamente recuperati da altri membri dell'organizzazione, evitando così i controlli terrestri.
Questa duplice modalità di recapito, che alternava il trasporto su gomma con doppi fondi al recupero in acque internazionali, testimonia un livello di sofisticazione logistica che ha reso le indagini particolarmente articolate per i militari dell'Arma, costretti a destreggiarsi tra traffici via terra e via mare.
Il coinvolgimento di Catania e Reggio Calabria, oltre al Lazio e all'Abruzzo, non è un dettaglio marginale, ma suggerisce piuttosto che la rete di distribuzione della droga, una volta superati i controlli doganali, si ramificava capillarmente verso il sud Italia, utilizzando probabilmente le consolidate vie di comunicazione tra le regioni tirreniche e quelle ioniche.
L'indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma, ha permesso di ricostruire non solo i singoli passaggi della merce, ma anche i ruoli specifici di ciascuno degli undici indagati, sebbene le ordinanze applicate differiscano a seconda della posizione processuale di ciascuno, con otto soggetti finiti in carcere e tre che rispondono del medesimo reato associativo pur restando in attesa di ulteriori sviluppi in stato di libertà, sebbene sottoposti ad altre eventuali misure restrittive.
L'operazione, che si inserisce in un più ampio contesto di contrasto al narcotraffico internazionale, ha messo in luce una pericolosa commistione tra diverse anime della malavita organizzata: da un lato i canali internazionali colombiani, che fornivano la materia prima, e dall'altro le consorterie locali, pronte a ricevere, stoccare e smistare la cocaina, nonché a gestire le eventuali perdite o i raggiri.
In particolare, l'episodio della finta retata dei carabinieri, orchestrato dai camorristi, rappresenta un unicum nel panorama delle indagini, poiché rivela una capacità di adattamento e di depistaggio che solitamente non si riscontra nelle organizzazioni dedite al solo spaccio; i narcos colombiani, vittime del raggiro, hanno dimostrato una reattività immediata, cercando di risolvere la controversia attraverso i loro canali in Campania, il che ha fornito agli investigatori ulteriori elementi per comprendere la fitta rete di relazioni che lega i trafficanti sudamericani ai sodalizi italiani.




