La guerra interna en Jalisco dopo la muerte de "El Mencho" e i suoi legami con l’Italia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il boss era malato, da tempo si nascondeva tra le montagne, circondato da una ristretta cerchia di fedelissimi armati fino ai denti, ma la fine di Nemesio Oseguera Cervantes, per tutti "El Mencho", è arrivata domenica 22 febbraio in un bosco di Tapalpa, nello stato di Jalisco, al termine di un inseguimento che ha visto le forze speciali messicane, supportate da intelligence statunitense, dare l’assalto al suo rifugio -1. Lo scontro a fuoco, violentissimo, ha visto i suoi uomini utilizzare un arsenale pesante, inclusi lanciarazzi simili a quello che nel 2015 abbatté un elicottero militare uccidendo nove soldati; il leader del Cartello Jalisco Nueva Generacion, ferito gravemente, è morto durante il trasporto in elicottero verso un ospedale, e con lui sono spirati due dei suoi scherani -1. La notizia, inizialmente avvolta nella cautela in attesa di conferme ufficiali, ha scatenato una reazione immediata e violenta: le sue roccaforti, a partire dalla turistica Puerto Vallarta, sono state incendiate, con blocchi stradali e veicoli dati alle fiamme, una dimostrazione di forza che i seguaci hanno voluto inscenare per mostrare che la macchina criminale, nonostante la decapitazione, è tutt'altro che inerme -9. Ora che la quiete apparente è tornata e i turisti stranieri, incuriositi, fotografano le carcasse annerite e le macchie di sangue rappreso sull'asfalto, la domanda sorge spontanea e riguarda il futuro prossimo di quella che era considerata l'organizzazione narcos più potente e ramificata del pianeta.

Le mani del cartello sull'Europa e la connessione con la camorra

La portata dell'impero di "El Mencho", a differenza di quello di "El Chapo" Guzmán, non conosceva confini geografici, e le recenti operazioni di polizia in Europa ne hanno svelato la straordinaria capacità logistica, che non si limitava al semplice traghetto di sostanze stupefacenti. Il giornalista Oscar Balderas, profondo conoscitore del fenomeno, ha documentato come il CJNG avesse stabilito una vera e propria "ambasciata criminale" nei Paesi Baschi, sfruttando la mole di traffico del porto di Bilbao, dove solo una percentuale minima di container viene ispezionata, per inondare il vecchio continente di cocaina e droghe sintetiche. Ma è il legame con l'Italia a risultare particolarmente significativo e a delineare i contorni di una collaborazione strategica di lungo corso: a novembre del 2025, un'operazione congiunta tra polizia spagnola, DEA e autorità olandesi ha portato alla luce una fiorente alleanza tra il cartello messicano e il clan Amato-Pagano, potente costola della camorra napoletana. Ventidue gli arresti, tra messicani, colombiani e italiani, e un sequestro imponente che ha compreso quasi due tonnellate di cocaina, ingenti quantità di anfetamine, denaro contante e criptovalute; la droga, nascosta in macchinari industriali pesanti arrivati via mare dal Sudamerica, veniva stoccata in finche nella sierra di Madrid e nelle campagne di Avila, per poi essere smistata in tutta Europa, con un primo carico già pronto per essere spedito in Italia sotto la regia del clan campano. Questa sinergia, che ha visto il CJNG utilizzare il porto di Talavera de la Reina come hub per le spedizioni verso la Penisola, dimostra come "El Mencho" avesse saputo intrecciare rapporti commerciali con le mafie storiche, offrendo loro un servizio di trasporto globale efficiente e competitivo, quasi fosse una multinazionale della logistica illecita.

I possibili eredi e lo scenario di una guerra di successione

Con la scomparsa del capo carismatico, il CJNG si trova ora ad affrontare il nodo cruciale della successione, un passaggio che gli analisti di sicurezza descrivono come potenzialmente esplosivo e destinato a innescare feroci lotte intestine. Tra i nomi che emergono come possibili candidati a ereditare lo scettro di "El Mencho" spicca quello di Juan Carlos Valencia González, noto come "El 03" o "El Pelón", che può vantare un legame di sangue diretto con il defunto boss essendone il figliastro. La sua posizione, ereditata dalla madre Rosalinda González Valencia, storica finanziera dell'organizzazione, lo pone al centro del nucleo duro, e il Dipartimento di Stato americano offre già 5 milioni di dollari per informazioni che portino alla sua cattura, segno dell'importanza che gli viene riconosciuta. Accanto a lui si profilano figure meno note ma altrettanto potenti, come Jorge Luis Mendoza Cárdenas, "El Garra", considerato dagli investigatori statunitensi l'operatore chiave per il traffico verso città come Los Angeles, New York e Atlanta, nonché uno dei tre leader effettivi del cartello sin dal 2016. E poi c'è Hugo Gonzalo Mendoza Gaytán, "El Sapo", il cui nome è legato alle terrificanti scoperte nel rancho Izaguirre, a Teuchitlán, un centro di reclutamento e addestramento dove venivano torturati e fatti sparire decine di giovani, e che avrebbe il compito di controllare le piazze di Jalisco, Nayarit e Zacatecas. Alcuni esperti, tuttavia, ipotizzano che il nuovo leader possa emergere non dall'entourage più prossimo a Oseguera Cervantes, ma da figure regionali capaci di imporsi in un'organizzazione che, per sua natura, è cresciuta in modo rapidissimo e verticale, aggregando cellule e territori sotto l'egida di un comando forte e centralizzato che ora non esiste più.

Il ruolo del Messico tra pressione internazionale e infiltrazioni

L'uccisione di "El Mencho", avvenuta grazie anche a preziose informazioni fornite dagli Stati Uniti, si inserisce in un quadro geopolitico complesso, segnato dal ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, che già nel suo primo discorso di insediamento aveva ribadito l'intenzione di designare i cartelli come organizzazioni terroristiche straniere. La presidente Claudia Sheinbaum Pardo, che ha ereditato una strategia di sicurezza basata sulla prevenzione e sul rafforzamento della guardia nazionale, si trova ora a dover gestire non solo le conseguenze interne dell'operazione, con le violente rappresaglie dei narcos, ma anche le inevitabili richieste di risultati tangibili da parte dell'amministrazione statunitense. Lo spettro della complicità politica, del resto, è un tasto dolente che periodicamente riaffiora, come dimostrano le inchieste che negli anni hanno tentato di fare luce sui rapporti tra esponenti della classe politica e le cosche. La lotta al narcotraffico si gioca su un doppio binario: da un lato l'azione militare e di intelligence che ha portato all'eliminazione del bersaglio numero uno, dall'altro la necessità di smantellare le ramificazioni economiche e sociali che permettono a queste organizzazioni di prosperare, comprese quelle internazionali come il sodalizio con la camorra emerso in Spagna. Mentre a Jalisco si contano i danni e si cerca di prevenire un'ondata di violenza per il controllo del territorio, resta da capire se la fine di un capo così carismatico rappresenterà un colpo mortale per il CJNG o se, come già visto in passato con altre organizzazioni, non farà altro che moltiplicare i conflitti, frammentando il potere in mani più giovani, meno prevedibili e forse ancora più feroci.

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