Messico nel caos dopo la morte di El Mencho: la guerra per la successione e l’incubo sicurezza per i mondiali del 2026
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Redazione Esteri
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L’eliminazione di Nemesio Oseguera Cervantes, noto come “El Mencho”, avvenuta domenica 22 febbraio nel corso di un’operazione delle forze speciali messicane a Tapalpa, nello stato di Jalisco, non ha rappresentato il classico colpo di spugna in grado di decapitare e disarticolare la galassia criminale del CJNG, il Cartello di Jalisco Nueva Generación, bensì l’innesco di una reazione spropositata e violentissima che, nelle ultime quarantotto ore, ha letteralmente paralizzato ampie porzioni del paese. La dinamica dell’operazione, che ha visto il ferimento grave del boss nel corso di una fuga e il suo successivo decesso durante il trasporto aereo verso la capitale, è stata resa possibile grazie a un infiltrato che ha confermato la presenza dell’uomo nella casa di una sua amante, ma anche grazie a una condivisione di intelligence con Washington che, però, ha escluso qualsiasi partecipazione diretta di agenti statunitensi sul campo, un dettaglio, quest’ultimo, su cui la presidente Claudia Sheinbaum ha voluto essere categorica per evitare frizioni diplomatiche con l’amministrazione Trump.
La rappresaglia del cartello non si è fatta attendere e ha assunto i contorni di una guerriglia urbana diffusa, con blocchi stradali, veicoli incendiari e scontri a fuoco che hanno coinvolto non meno di venti stati messicani, dal Jalisco al Michoacán, costringendo uffici pubblici, banche, scuole e persino il campionato di calcio locale a sospendere ogni attività. Il bilancio delle violenze, ancora provvisorio e destinato a essere aggiornato, parla di decine di vittime tra cui figurano soldati, agenti della Guardia Nazionale e purtroppo anche civili, tra i quali una donna incinta, mentre le compagnie aeree, inclusa l’italiana, hanno diramato comunicazioni per mettere in guardia i propri passeggeri e cancellare numerosi voli verso gli scali più esposti, come quello di Guadalajara.
La successione, un rebus di sangue tra eredi e aspiranti
Con la morte del loro leader carismatico, considerato l’ultimo grande narcotrafficante globale dopo la detenzione dei capi di Sinaloa, all’interno del CJNG si è aperta una crisi di successione che gli analisti descrivono come una polveriera pronta a esplodere in faide interne. Tra i nomi che circolano nei rapporti delle agenzie di intelligence, e che si contendono l’eredità del “pozzo”, spicca quello di Juan Carlos Valencia González, noto come “El 03” o “El Pelón”, che non è solo il figliastro di El Mencho, ma anche il presunto fondatore e coordinatore del cosiddetto “Grupo Élite”, il braccio armato più temuto e specializzato in esecuzioni mirate e controllo territoriale. La sua candidatura, forte del legame di sangue e del potere di fuoco, si scontra però con l’ambizione di altri due pesi massimi dell’organizzazione: Jorge Luis Mendoza Cárdenas, “El Garra”, considerato dalla DEA il principale operatore del cartello negli Stati Uniti, con base a Los Angeles e influenza fino a New York, e Hugo Gonzalo Mendoza Gaytán, “El Sapo”, quest’ultimo legato alla gestione dei campi di addestramento e reclutamento, nonché a una lunga scia di violenze e stragi. La loro lotta per la supremazia, che potrebbe presto tingere di rosso le strade di Jalisco e non solo, è destinata a influenzare non solo gli equilibri criminali ma anche la tenuta sociale di intere regioni.
L’ombra dei narcos sui mondiali e la prudenza della Fifa
L’ondata di violenza ha inevitabilmente proiettato la sua ombra minacciosa sull’organizzazione dei Mondiali di Calcio del 2026, un evento che vede il Messico co-ospitante insieme a Stati Uniti e Canada e che proprio a Guadalajara, una delle città simbolo del torneo, ha in programma ben quattro incontri della fase a gironi, oltre ai playoff di marzo che si terranno tra appena qualche settimana. Le immagini delle strade in fiamme e dei blindati in azione hanno riacceso i riflettori sulla capacità del governo messicano di garantire l’incolumità delle migliaia di tifosi attesi, un tema delicatissimo su cui la FIFA, per bocca del suo presidente Gianni Infantino, ha tentato di gettare acqua sul fuoco dichiarandosi “molto tranquilla” e ribadendo la “piena fiducia” nelle nazioni organizzatrici, pur ammettendo di monitorare costantemente la situazione in contatto con le autorità locali. Dello stesso tenore le dichiarazioni della presidente Sheinbaum, che ha escluso rischi concreti per i turisti e assicurato che tutte le garanzie di sicurezza verranno fornite, ma intanto la Federcalcio messicana ha già sospeso diverse partite di campionato, inclusa la stracittadina femminile tra Chivas e America che si sarebbe dovuta giocare proprio all’Estadio Akron, un assaggio di come l’emergenza stia già condizionando il calendario sportivo.
Il sostegno (condizionato) di Washington e l’allerta turistica
Sul piano diplomatico, la Casa Bianca, attraverso la portavoce Karoline Leavitt, ha rivendicato il supporto di intelligence fornito all’operazione, sottolineando come El Mencho fosse un obiettivo prioritario in quanto principale trafficante di fentanyl verso gli Stati Uniti e definendo il suo cartello, in linea con le dichiarazioni del presidente Trump, una vera e propria “organizzazione terroristica straniera”. Un riconoscimento, quest’ultimo, che comporta implicazioni giuridiche e operative non indifferenti e che testimonia la pressione costante che Washington intende esercitare sui cartelli messicani. Nel frattempo, il Dipartimento di Stato americano ha diramato un avviso urgente ai propri cittadini presenti in Messico, invitandoli a rifugiarsi e a seguire le indicazioni delle autorità locali, mentre l’ambasciata italiana a Città del Messico ha attivato i canali di emergenza, raccomandando di evitare spostamenti non essenziali nelle zone colpite dai disordini.




