La morte di “El Mencho” e il caos in Messico: cosa succede dopo l’uccisione del boss
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Redazione Esteri
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Il Messico, un paese che già da anni convive con la quotidiana brutalità dei cartelli della droga, si è risvegliato in uno stato di paralisi e terrore dopo l’operazione che ha portato alla morte di Nemesio Oseguera Cervantes, “El Mencho”. Il fondatore e leader supremo del Cártel Jalisco Nueva Generación (CJNG), considerato da molti analisi il narcotrafficante più potente e ricercato al mondo dopo le sorti alterne dei capi di Sinaloa, è stato ucciso sabato 22 febbraio in un conflitto a fuoco con forze speciali dell’esercito e della Guardia Nazionale a Tapalpa, nello stato di Jalisco. Quella che la presidente Claudia Sheinbaum ha descritto come un’operazione di intelligence esemplare, condotta grazie al monitoraggio della cerchia più intima del boss e senza partecipazione statunitense sul campo, ha però scatenato una reazione immediata, feroce e capillare da parte della struttura criminale che per oltre un decennio aveva tenuto in scacco lo Stato messicano.
La dinamica dell’operazione, ricostruita nei dettagli dal segretario alla Difesa Ricardo Trevilla, racconta di un piano scattato dopo che una fonte infiltrata aveva confermato la presenza di “El Mencho” in un complesso di cabine nelle vicinanze di Tapalpa, dove si era recato dopo l’incontro con la sua compagna sentimentale. L’obiettivo primario, va sottolineato, era la cattura; ma l’agguato teso dal cerchio di sicurezza del boss, un attacco descritto come “molto violento” e condotto con armi di grosso calibro tra cui lanciarazzi, ha costretto i militari a rispondere al fuoco, ferendo gravemente Oseguera Cervantes e due dei suoi uomini. Trasportato d’urgenza prima con un elicottero e poi con un aereo verso Città del Messico, “El Mencho” è deceduto durante il viaggio, mentre sullo sfondo, in varie regioni del paese, iniziava già a consumarsi la rappresaglia. Una violenza che non ha risparmiato nessuno: venticinque soldati e almeno tre civili hanno perso la vita in una domenica di sangue, mentre le strade di città come Guadalajara, e di altri quindici stati, tra cui Michoacán, Colima e Guanajuato, venivano bloccate da veicoli incendiati e assalti coordinati di sicari. Uffici pubblici, scuole, banche hanno chiuso i battenti e molte compagnie aeree hanno sospeso i voli, lasciando intere comunità in uno stato di isolamento e paura.
I possibili eredi e lo scenario di una guerra interna
Se la risposta violenta immediata è stata la dimostrazione di forza di un’organizzazione ancora vitale, la vera incognita, per gli investigatori e per la popolazione, risiede nella successione al vertice del CJNG. La decapitazione del cartello, lungi dal rappresentarne la fine, apre una fase di potenziale e devastante guerra interna per il controllo di un impero economico e territoriale che si estende ben oltre i confini messicani, con ramificazioni in tutti e cinque i continenti e legami, come nel caso italiano, con le ‘ndrine calabresi per il traffico di cocaina. Con il figlio di “El Mencho”, Rubén Oseguera González “El Menchito”, già estradato e condannato all’ergastolo negli Stati Uniti, la linea di successione diretta si è interrotta, lasciando spazio a una rosa di comandanti regionali pronti a contendersi l’eredità.
Tra i nomi che emergono dai rapporti di intelligence, quello di Juan Carlos Valencia González, noto come “El 03” o “R3”, sembra avere il lignaggio più solido. Figliastro di Oseguera Cervantes, cresciuto all’ombra della famiglia Valencia – storica alleata e gestore delle finanze illecite del gruppo – “El 03” avrebbe già il controllo del cosiddetto “Grupo Élite”, il braccio armato d’assalto del CJNG, e godrebbe di una legittimità familiare che in questi contesti conta più di ogni altra cosa. Accanto a lui, il profilo di Gonzalo Mendoza Gaytán, “El Sapo”, rappresenta invece l’ala più militare e produttiva dell’organizzazione. A lui si attribuisce, secondo fonti di sicurezza, il reclutamento e l’addestramento delle nuove leve, oltre alla gestione dell’importazione di precursori chimici dalla Cina e la produzione di fentanil e metanfetamine, il vero core business del cartello. Poi c’è Audias Flores Silva, “El Jardinero”, un jefe di lunga data con una copertura territoriale che abbraccia ben sei stati messicani, una figura più legata alla logistica e al controllo delle rotte, essenziale per la sopravvivenza quotidiana del traffico. La lista si allunga con Heraclio Guerrero Martínez, “Tío Lako”, responsabile del redditizio business del furto di carburante, e Ricardo Ruiz Velasco, “Doble R”, che comanda la piazza più importante, Guadalajara, con un passato di violenza e comunicazione al servizio del boss scomparso. Ognuno di loro, con il proprio potere regionale e le proprie ambizioni, potrebbe ora innescare una lotta fratricida che farebbe impallidire le guerre passate del cartello di Sinaloa.
L’ombra del narcotraffico sui Mondiali del 2026
Mentre le autorità messicane tentano di ripristinare l’ordine, l’eco degli scontri e delle decine di morti ha varcato i confini, andando a colpire uno degli appuntamenti più importanti per l’immagine del paese: i Mondiali di calcio del 2026, che il Messico ospiterà insieme a Stati Uniti e Canada. A poco più di tre mesi dal fischio d’inizio, con partite in programma proprio a Guadalajara, Città del Messico e Monterrey, la parola sicurezza è diventata un’ossessione per la FIFA e per le delegazioni delle 48 nazionali partecipanti. La guerriglia urbana scatenata dopo la morte di “El Mencho”, con le sue strade bloccate e i suoi morti, ha proiettato l’ombra più cupa sull’evento, sollevando interrogativi pesanti sulla capacità del governo di garantire l’incolumità di migliaia di tifosi provenienti da tutto il mondo. La presidente Sheinbaum, pur consapevole della gravità del momento, ha cercato di rassicurare la comunità internazionale, così come il presidente della FIFA Gianni Infantino, il quale ha espresso “piena fiducia” nel paese ospitante, confermando che non è allo studio alcun cambio di sede.
Eppure, una rivelazione giornalistica ha aggiunto un dettaglio inquietante a questo quadro già complesso, mostrando quanto profonde fossero le radici del cartello nel tessuto sociale ed economico messicano. Il giornalista Óscar Balderas, che da anni segue le vicende del narcotraffico, ha riportato come “El Mencho” avesse già acquistato, attraverso i suoi canali, diversi biglietti per le partite dei Mondiali che si terranno allo Stadio Akron di Guadalajara. Un gesto, questo, che non era dettato dalla passione per il calcio, ma da una lucida strategia di potere: quei tagliandi, secondo le ricostruzioni, erano destinati a diventare un omaggio, un regalo prezioso per politici compiacenti e uomini d’affari legati a doppio filo agli interessi del CJNG. Un modo, se vogliamo, per sancire alleanze e per partecipare simbolicamente a una festa nazionale dalla quale, ufficialmente, era escluso. La notizia, se confermata, dimostrerebbe non solo l’arroganza di un potere criminale che si sentiva intoccabile, ma anche la permeabilità di certi ambienti ai voleri del narcotraffico, un nodo che il Messico dovrà sciogliere se vuole davvero voltare pagina.




