«Scena muta» dei due foggiani davanti alla gip Verderosa: convalidato il fermo per l’assalto al portavalori da sei milioni
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Sono entrati nell’aula allestita all’interno della casa circondariale di Lecce, quella stessa dove da lunedí sera sono ristretti, e di fronte alla giudice per le indagini preliminari Tea Verderosa — dinanzi alla quale, non è certo il primo caso di fermo che si trova a convalidare — hanno scelto il silenzio. Giuseppe Russo, sessantadue anni, e Giuseppe Iannelli, trentanove, entrambi originari di Foggia e con alle spalle precedenti per reati contro il patrimonio, non hanno risposto ad alcuna delle domande formulate nel corso dell’interrogatorio di garanzia che si è svolto nella mattinata di giovedí 12 febbraio. Presenti, al loro fianco, i difensori di fiducia, gli avvocati Matteo Ciociola e Andrea Castrinovi; e presente, in qualità di titolare dell’inchiesta, il pubblico ministero Alessandro Prontera, lo stesso magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia che solo poche settimane fa, sebbene per un altro procedimento, aveva chiesto e ottenuto misure cautelari per fatti di corruzione in Puglia. L’udienza si è risolta in tempi rapidi: il rappresentante della Procura ha insistito per la convalida del provvedimento restrittivo eseguito dai carabinieri all’indomani del tentato colpo, i legali dei due indagati — i quali, va detto, non hanno opposto alcuna resistenza formale alla misura — non hanno presentato eccezioni, e il giudice, valutati gli atti, ha disposto che entrambi rimangano dietro le sbarre.
Il blitz sulla 613 e il quadro accusatorio della Dda
La vicenda per la quale la Procura ha impresso il crisma dell’urgenza, tanto da notificare il fermo appena qualche ora dopo i fatti, ha il suo epicentro sulla statale 613, nel tratto compreso tra Brindisi e Lecce, all’altezza della frazione di Tuturano: era la mattina di lunedí 9 febbraio quando un commando composto, stando alle prime ricostruzioni, da non meno di otto o dieci individui — molti dei quali ancora non identificati e attivamente ricercati — ha materialmente bloccato la carreggiata. Per farlo, hanno posizionato alcuni veicoli di traverso, alcuni dei quali dotati di lampeggianti blu atti a simulare posti di blocco delle forze dell’ordine, e hanno quindi incendiato un furgone, costringendo all’alt il mezzo blindato della Battistolli, istituto di vigilanza privata, all’interno del quale viaggiavano sei milioni di euro in contanti destinati al caveau della Banca d’Italia. Le modalità operative, ricostruite attraverso i filmati amatoriali girati dagli automobilisti rimasti intrappolati nel traffico e confluiti nel fascicolo, hanno spinto gli inquirenti a ipotizzare sin da subito quella che il decreto di fermo, firmato dal pm Prontera, definisce senza mezzi termini una «strategia paramilitare»: esplosivo fatto brillare per aprire lo sportello del furgone blindato, armi da guerra — tra cui fucili d’assalto kalashnikov — imbracciate e puntate contro i vetri delle auto in coda, e, durante la fuga, un conflitto a fuoco con i carabinieri del Comando provinciale di Lecce giunti sul posto. Un proiettile, in particolare, ha centrato il parabrezza di una gazzella dei militari: è quello, stando al fascicolo, il capo d’imputazione che fonda l’accusa di tentato omicidio.
I reati contestati e la scelta del silenzio
L’elenco dei reati per cui Russo e Iannelli dovranno ora rispondere è lungo e articolato, a testimonianza della complessità dell’azione delittuosa e della volontà, da parte della Procura, di incardinare l’episodio in un contesto ben piú ampio di una semplice, seppur violenta, tentata rapina. Ai due foggiani — fermati dai carabinieri nelle campagne tra Trepuzzi e Campi Salentina, a bordo di una Jeep Compass rubata e malamente occultata tra gli alberi per eludere i controlli dell’elicottero — vengono contestati, a vario Titolo, il tentato omicidio aggravato (sia dalle modalità mafiose che dai motivi abietti), l’associazione per delinquere di stampo mafioso, la rapina aggravata, l’estorsione, il danneggiamento seguito da incendio, la ricettazione, la resistenza a pubblico ufficiale, le lesioni aggravate, e il porto e la detenzione in luogo pubblico di armi comuni, armi da guerra e materiale esplodente. Il peso specifico dell’aggravante mafiosa, in particolare, costituisce il cardine attorno al quale ruoterà verosimilmente la strategia difensiva: gli avvocati Ciociola e Castrinovi, al termine dell’udienza di convalida, hanno fatto sapere di valutare un ricorso al Tribunale del Riesame specificamente mirato a far cadere l’ipotesi associativa, circostanza che, se accolta, ridisegnerebbe il perimetro del processo. I loro assistiti, dal canto loro, hanno optato per il mutismo assoluto — si sono avvalsi della facoltà di non rispondere — preservando cosí ogni argomento per le fasi successive e, nel frattempo, evitando di fornire elementi utili agli investigatori impegnati, in queste ore, nella caccia agli altri componenti della banda. L’attenzione, ora, si sposta sull’analisi dei tabulati telefonici e sulla ricerca delle armi, i kalashnikov e i residui esplosivi non ancora rinvenuti: un silenzio, quello dei due fermati, che rappresenta al momento l’unica certezza processuale.




