Assalto al portavalori sulla Brindisi-Lecce, il muro di gomma dei due foggiani: convalidato il fermo per Iannelli e Russo
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Redazione Interno
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La giudice per le indagini preliminari Tea Verderosa, al termine dell’udienza che si è svolta questa mattina – giovedì 12 febbraio – nella casa circondariale di Lecce, ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere per Giuseppe Iannelli, 39 anni, e Giuseppe Russo, 62 anni, i due foggiani tratti in arresto dai carabinieri lunedì scorso nelle campagne di Squinzano, subito dopo il fallito tentativo di assalto a un portavalori della ditta Battistolli in transito lungo la superstrada 613 che collega Brindisi al capoluogo salentino. Dinanzi al magistrato e alla presenza del pubblico ministero titolare dell’inchiesta, Alessandro Prontera, entrambi gli indagati – assistiti rispettivamente dagli avvocati Andrea Castronovi e Matteo Ciociola – hanno esercitato la facoltà di non rispondere, avvalendosi del cosiddetto diritto al silenzio e trincerandosi, di fatto, dietro un muro di gomma che al momento non ha consentito di fare chiarezza sul loro ruolo specifico all’interno dell’organizzazione che aveva pianificato il colpo.
Il quadro accusatorio, già estremamente articolato e pesante, vede Iannelli e Russo dover rispondere di una pluralità di reati che spaziano dalla tentata rapina pluriaggravata al tentato omicidio – contestazione, quest’ultima, legata al conflitto a fuoco ingaggiato con i militari dell’Arma durante la fuga – senza dimenticare la detenzione e il porto di armi da guerra, materiale esplodente e armi comuni, nonché l’incendio e il danneggiamento seguiti alla ricettazione dei veicoli utilizzati dal commando. Ma è un’altra l’aggravante che, agli occhi degli inquirenti e della Direzione Distrettuale Antimafia, conferisce una dimensione più inquietante e strutturata all’intera operazione criminale: il metodo mafioso e l’associazione di stampo mafioso. Un’impostazione, questa, che non rappresenta un semplice corollario giuridico bensì il riconoscimento di una precisa strategia operativa, supportata sul versante logistico – come trapela da fonti investigative – dalla Scu, ossia la Sacra corona unita brindisina e salentina, in un’alleanza interprovinciale che consolida i rapporti tra le diverse articolazioni della criminalità organizzata pugliese.
L’ombra della quarta mafia e le esercitazioni da guerra
Il tentato assalto, sventato dai carabinieri prima che i malviventi potessero impossessarsi del carico di denaro contante – che ammontava alla cifra di poco inferiore ai sei milioni di euro destinati alla Banca d’Italia – ha riportato prepotentemente l’attenzione investigativa su Cerignola e sul suo hinterland, considerati a tutti gli effetti la culla operativa e logistica delle cosiddette “batterie” specializzate negli assalti ai blindati. Non si tratta, e gli atti giudiziari degli ultimi anni lo dimostrano, di bande improvvisate o di semplici accorpamenti occasionali di malviventi; al contrario, le informazioni raccolte dalla Dia e coordinate dalle procure distrettuali delineano un fenomeno paramilitare composto da almeno una decina di batterie, ciascuna delle quali può contare su un organico variabile tra le dieci e le quindici unità. Uomini che, alcuni dei quali con trascorsi nelle forze armate o comunque con addestramenti sul campo, si esercitano con metodicità: provengono da esercitazioni fisiche, pianificazioni a tavolino dei varchi da attaccare, studi delle traiettorie, neutralizzazione delle contromisure dei vigilanti e gestione degli armamenti pesanti.
L’episodio che ha visto protagonisti Iannelli e Russo non è, pertanto, un fatto isolato né ascrivibile alla categoria residuale della microcriminalità, bensì si innesta in un solco già tracciato da numerosi precedenti giudiziari. Basti ricordare, per similitudine territoriale e modus operandi, l’arresto del latitante Tommaso Morra – avvenuto sempre a Cerignola nell’estate del 2025 – considerato un elemento di vertice proprio di queste batterie e già condannato in via definitiva per il tentato assalto al caveau Mondialpol di Calcinato, nel Bresciano, dove il commando era stato trovato in possesso di kalashnikov, mitragliette UZI e munizionamento da guerra -6-9. E la matrice paramilitare, caratterizzata dall’utilizzo di armi inequivocabilmente belliche e dall’adozione di divise mimetiche e maschere in silicone – alcune delle quali, rinvenute nel borsone abbandonato dai due fuggitivi, erano persino trattate con fondotinta per ingannare i sistemi di riconoscimento facciale – rappresenta il segno distintivo di una delinquenza che ha ormai superato la soglia della professionalità per attestarsi su livelli di pericolosità sociale difficilmente eguagliabili -3.
Il silenzio processuale e le strategie difensive
Nell’aula del carcere leccese, dinanzi alla gip Verderosa, la difesa non si è opposta alla misura cautelare; una scelta, questa, obbligata dalla gravità degli indizi e dal pericolo di reiterazione del reato, ma che non preclude ai legali – gli avvocati Castronovi e Ciociola – di valutare già un possibile ricorso al Tribunale del Riesame. Il nodo centrale che verosimilmente verrà affrontato dinanzi ai giudici della libertà riguarda l’aggravante dell’associazione di stampo mafioso, contestata dalla Dda di Lecce e ritenuta dagli investigatori il perno attorno al quale ruota l’intera impalcatura accusatoria -4-8. I due indagati, secondo le dichiarazioni rese dai difensori al termine dell’udienza, sono parsi tranquilli e in buona salute, nonostante il carcere e nonostante il peso specifico delle accuse che dovranno affrontare. Hanno scelto il silenzio, e in questo silenzio si avverte la consapevolezza che ogni parola, in questa fase, potrebbe tradursi in un’ammissione o in un elemento aggiuntivo da mettere a disposizione della procura.
Al di là delle strategie processuali, resta il fatto che l’assalto al blindato della Battistolli non era un’operazione improvvisata. Il commando – composto da un numero di persone ancora in corso di identificazione, alcune delle quali sono riuscite a dileguarsi – aveva studiato i tempi, i luoghi, le modalità di fuga e le possibili vie di accesso. Aveva predisposto basi logistiche, veicoli rubati e un arsenale tale da sostenere un conflitto a fuoco prolungato. E aveva, soprattutto, un obiettivo preciso: quel furgone carico di sei milioni di euro che viaggiava lungo la superstrada 613, ignaro di essere finito nel mirino di una macchina da guerra silenziosa, addestrata e pronta a tutto. Il fermo di Iannelli e Russo, ora convalidato, rappresenta certamente un colpo inferto al sistema delle batterie cerignolane, ma non ne scalfisce – almeno per il momento – la struttura complessiva né la capacità operativa residua.




