Louis Vuitton scivola sul caso Molly Tea: crollano le vendite in Cina

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Un fiore stilizzato a quattro petali. Per Louis Vuitton è uno dei simboli più riconoscibili del proprio monogramma, un elemento grafico che l'azienda utilizza su borse e accessori in tutto il mondo. Per Molly Tea, catena cinese di bubble tea fondata a Shenzhen nel 2019, quella stessa forma rappresenta invece un richiamo alla tradizione floreale locale, legata al motivo del melo ornamentale diffuso in Cina fin dall'epoca della dinastia Tang.

È da questa sovrapposizione visiva che ha preso avvio una vicenda legale e mediatica che sta pesando in modo significativo sulle performance del marchio francese nel mercato cinese.

La causa e la vittoria in tribunale

Lo scorso giugno il tribunale di Suzhou ha dato ragione a Louis Vuitton, riconoscendo che il logo di Molly Tea violava sette marchi registrati del colosso francese relativi a motivi floreali a quattro petali. La sentenza ha condannato la catena di tè a pagare 10,3 milioni di yuan, circa 1,3 milioni di euro, per violazione del marchio. La disputa si era concentrata su un elemento grafico che, secondo i giudici, presentava somiglianze sostanziali con il celebre monogramma della maison, tale da poter generare confusione nei consumatori.

Molly Tea ha annunciato l'intenzione di presentare appello contro la decisione.

La reazione dei consumatori cinesi

La vittoria legale si è però trasformata in una pesante sconfitta commerciale. Sui social media cinesi si è scatenata una campagna di indignazione contro Louis Vuitton, accusata di aver attaccato una realtà locale di dimensioni molto inferiori per appropriarsi di un motivo floreale che molti utenti considerano parte del patrimonio culturale cinese. La vicenda ha assunto i contorni di una nuova sfida tra Davide e Golia, con una parte consistente dell'opinione pubblica schierata a difesa di Molly Tea.

Le critiche si sono concentrate sull'idea che un simbolo di origine orientale, registrato come marchio da un'azienda straniera, sia stato poi utilizzato per perseguire un'impresa cinese.

L'impatto sulle vendite

Secondo le stime della società di ricerca Jl Warren Capital, le ripercussioni commerciali non hanno tardato a manifestarsi. A luglio le vendite di Louis Vuitton in Cina hanno registrato un calo di circa il 30%, mentre ad agosto la contrazione si è attestata tra il 20% e il 25%. Si tratta di stime basate sul monitoraggio delle boutique e non di dati ufficiali diffusi dal gruppo.

Il megastore a forma di nave da crociera inaugurato l'anno scorso nel quartiere Jing'an di Shanghai, uno degli investimenti più visibili della maison nel Paese, ha visto ridursi significativamente il proprio giro d'affari. La società di ricerca ha collegato esplicitamente il calo delle vendite alla controversia sull'appropriazione culturale innescata dalla causa legale.

Il contesto più ampio del lusso in Cina

Il caso Molly Tea si inserisce in una fase già complessa per il settore del lusso nel mercato cinese. Un recente report di Barclays ha segnalato che le vendite a luglio sono scese probabilmente su livelli intorno al 10-15% in media, con agosto che ha mostrato pochi segnali di miglioramento. Il rallentamento economico cinese e le misure adottate dalle autorità locali contro i consumi ostentati hanno contribuito a raffreddare la domanda di beni di lusso.

Anche altri marchi del gruppo Lvmh hanno registrato performance negative: le vendite di Gucci in Cina sono calate del 30% in due mesi, mentre quelle di Hermès hanno segnato una contrazione di circa l'8%. Le azioni di Lvmh hanno perso oltre il 36% del loro valore dall'inizio dell'anno, tornando ai livelli dell'epoca pandemica.

La difesa della proprietà intellettuale

Nel corso della presentazione dei risultati semestrali, il chief financial officer di Lvmh, Cécile Cabanis, ha affrontato la questione rispondendo a una domanda specifica sull'impatto della causa. «Credo che lei convenga che la proprietà intellettuale sia il nostro asset assolutamente centrale, e proteggeremo i nostri marchi con ogni mezzo», ha dichiarato il manager, aggiungendo che il gruppo gestisce regolarmente questioni di contraffazione in molti Paesi.

Cabanis ha precisato che il caso, pur avendo ricevuto ampia attenzione mediatica, è ancora in fase di giudizio e che pertanto non avrebbe fornito ulteriori commenti. Lvmh ha alle spalle una lunga storia di contenziosi legati alla tutela dei propri marchi: solo nei primi sei mesi di quest'anno l'azienda ha avviato 56 nuove azioni legali per contraffazione in Cina, un numero che si aggiunge alle oltre 1.600 procedure attivate negli ultimi cinque anni.

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