Sansiro, quelle designazioni “combinate” ora le confermano gli arbitri ascoltati dal pm
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Redazione Sport
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Il mondo del calcio italiano, a vent’anni esatti da Calciopoli, si trova nuovamente a fare i conti con un’ombra lunga che insiste sul terreno della credibilità arbitrale. Luci intermittenti, quasi flebili, quelle che filtrano dall’inchiesta della procura di Milano sull’ormai famoso “sistema Rocchi”, dal nome dell’ex designatore che si è autosospeso dopo l’apertura del fascicolo. Il cuore dell’indagine, condotta dal pm Maurizio Ascione, batte attorno a una data e a un sospetto: quella del 2 aprile, presunta giornata di “combine”, o meglio di designazioni che sarebbero state pilotate a tavolino per favorire – secondo l’ipotesi accusatoria – l’Inter. Ebbene, dagli ultimi atti emergono conferme che arrivano direttamente dalla voce di chi quei fischietti li impugnava. Gli arbitri ascoltati, in qualità di testimoni, avrebbero infatti ammesso l’esistenza di una consapevolezza diffusa: nel “giro” si sapeva, si dicevano tra loro, e alcuni lo hanno infine ripetuto ai magistrati.
La conferma nei verbali: “Designazioni combinate”, ne erano al corrente
Non è un dettaglio di poco conto, quello che trapela dai verbali depositati dagli inquirenti. Gli stessi direttori di gara, sentiti nel più assoluto riserbo durante gli ultimi mesi, avrebbero fornito elementi corroboranti rispetto alla tesi della procura: cioè che i criteri di scelta – dal merito tecnico alla valutazione delle prestazioni – fossero sistematicamente alterati per spingere un “fischietto amico” piuttosto che un altro, più cristallino nei giudizi o forse semplicemente scomodo. Tra i nomi emersi nel corso degli interrogatori figurano quelli di arbitri di chiara fama, come Colombo e Doveri, le cui dichiarazioni – per quanto filtrate con cautela – avrebbero offerto agli inquirenti uno spaccato crudo delle dinamiche interne. Nessuna rivelazione esplosiva fine a sé stessa, bensì una serie di piccole crepe che, messe insieme, disegnano la mappa di un presunto sistema di favoritismi. La procura parla di “designazioni pilotate” e “combinate”, termini che i testimoni non avrebbero esitato a fare propri, mostrando come quella che poteva apparire una semplice maldicenza da spogliatoio fosse in realtà una prassi condivisa.
Il “sistema Rocchi” messo a nudo dai suoi stessi ex colleghi
Quel che colpisce, leggendo le sintesi degli atti – inevitabilmente parziali data la fase preliminare dell’inchiesta – è il tono dimesso con il quale molti arbitri avrebbero riferito dei meccanismi di promozione, dei voti alterati e delle designazioni compiacenti. Nessuno stupore, quasi si trattasse di raccontare la pioggia che bagna il prato: “Nel giro si sapeva”. La regia di questo presunto sistema avrebbe avuto il suo vertice in Gianluca Rocchi, principale indagato per frode sportiva, reato che condivide con Andrea Gervasoni (supervisore Var) e con gli assistenti Luigi Nasca e Rodolfo Di Vuolo. Ciò che emerge, con una chiarezza che non ammette tentennamenti, è una rivolta strisciante di una fetta sostanziosa del mondo arbitrale: non tanto contro la figura di Rocchi in sé, quanto contro una gestione che – stando alle testimonianze – avrebbe premiato le fedeltà e penalizzato l’autonomia di giudizio. Le dichiarazioni rese ai pm raccontano di un ambiente dove “andare avanti” o “restare indietro” dipendeva da dinamiche opache, di cui molti erano perfettamente consapevoli.
Nessun dirigente dell’Inter nel registro, ma l’ombra resta sullo stadio di Milano
Un elemento, già noto e ribadito dagli ultimi sviluppi, merita attenzione: nessun dirigente della squadra nerazzurra risulta indagato. L’Inter, pur essendo la club che avrebbe beneficiato delle presunte pressioni in sala Var e delle designazioni di favore, al momento non conta rappresentanti formali nel fascicolo. Non per questo, però, la vicenda smette di gravitare attorno a San Siro e a quella partita del 2 aprile – divenuta una sorta di spartiacque simbolico – nella quale si sarebbero consumati gli episodi più contestati. Il pm Ascione, dal canto suo, continua a raccogliere testimonianze, tra quelle già acquisite e altre che potrebbero aggiungersi, senza che al momento siano state tratte conclusioni o ipotizzate ulteriori responsabilità. Quel che resta, sul tappeto, è la fotografia di un’istituzione – l’Aia – attraversata da crepe interne profonde, dove la segnalazione di irregolarità non è più solo un sospetto, ma il risultato di dichiarazioni rese sotto giuramento da chi quell’ambiente lo ha abitato per anni.




