Mps, Lovaglio promette cedole da 16 miliardi ma il mercato boccia il piano e il Titolo affonda

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   La cornice delle promesse, per l’amministratore delegato di Banca Monte dei Paschi di Siena Luigi Lovaglio, era quella di una ricchezza imminente e quasi inaudita per gli azionisti: sedici miliardi di euro in dividendi cumulati nei prossimi cinque anni, una cifra che il chief financial officer Andrea Maffezzoni, durante la call con gli analisti di venerdì 27 febbraio, non ha esitato a definire come il più alto rendimento da dividendo nell’intero panorama bancario europeo, pari a circa il sessanta per cento dell’attuale capitalizzazione di mercato dell’istituto senese. Tuttavia, la reazione di Piazza Affari, lungi dall’essere entusiasta, ha assunto i contorni di una doccia fredda, con il titolo che ha chiuso le contrattazioni in caduta libera, perdendo oltre sei punti percentuali e trascinando con sé, nel suo moto discendente, anche le azioni di Mediobanca, la quale, di fatto, è ormai destinata al delisting dopo oltre settant’anni di quotazione in Borsa.

Un piano da 3,7 miliardi di utile e l’incognita del concambio

Il nuovo piano industriale, che delinea i contorni della “nuova era” successiva all’acquisizione del controllo di Piazzetta Cuccia – con Mps che detiene l’86,3 per cento del capitale – poggia le sue fondamenta su proiezioni finanziare di assoluto rilievo: un utile netto rettificato di 3,3 miliardi atteso per il 2028 e un balzo a 3,7 miliardi previsto per il 2030, trainato da sinergie stimate in settecento milioni di euro e da una politica di payout integrale, che restituirebbe ai soci l’intero ammontare degli utili generati. La struttura del nuovo gruppo, che si candida a diventare il terzo operatore italiano con oltre sette milioni di clienti, verrà articolata in cinque distinte divisioni, con investimenti significativi nell’intelligenza artificiale e nella tecnologia, per un miliardo di euro, mirati a modernizzare i processi e a risparmiare tempo nelle procedure creditizie. Lovaglio, nel presentare l’architettura dell’operazione, ha parlato di un gruppo solido e diversificato, capace di resistere nel tempo, sottolineando come la partecipazione del tredici per cento in Generali, attualmente in pancia a Mediobanca, rimarrà lì a garanzia di stabilità e diversificazione, senza alcuna intenzione di spostarla.

Il nodo del concambio e il futuro della quota pubblica

Ma a pesare come un macigno sull’andamento del titolo, e a gettare ombre sulla credibilità immediata del progetto, è stata principalmente l’assenza di dettagli concreti sul concambio dell’offerta, ovvero il parametro che determinerà il rapporto di scambio tra le azioni Mps e quelle di Mediobanca nella fusione che dovrebbe perfezionarsi entro la fine del 2026. Gli analisti e gli investitori, che speravano in numeri definitivi, si sono trovati di fronte a un rinvio: il consiglio di amministrazione, supportato dai propri advisor, ha fatto sapere che le attività istruttorie proseguiranno e che la definizione del concambio è attesa per il 10 marzo, una scadenza che cade dopo il termine per il deposito delle liste per il rinnovo del board, previsto per il 6 marzo, creando un evidente cortocircuito temporale. A complicare il quadro, già di per sé denso di incertezze tecniche, si sono inserite le dichiarazioni del presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la quale, in un’intervista a Bloomberg, ha affermato che il ruolo del governo in Mps è terminato, sollevando di fatto lo spettro di una prossima vendita dell’ultimo residuale 4,9 per cento del Tesoro; parole che, se da un lato sanciscono la fine dell’era pubblica, dall’altro, pronunciate a mercati aperti, sono parse a molti osservatori come un elemento di ulteriore turbolenza.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.