Il pallone (straniero) pesa: in serie A solo il 28% di titolari italiani, la Lega studia le contromosse
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
La fotografia, scattata al termine dell’ultima tornata di campionato, è impietosa e restituisce senza filtro la metamorfosi del nostro calcio. Se si analizzano i venti undici iniziali scesi in campo domenica, emerge un dato che fa tremare i polsi dei vertici federali: solo 62 dei 220 calciatori schierati dal primo minuto, ovvero il 28%, sono nati in Italia. Una percentuale, questa, che scende ulteriormente rispetto alla media stagionale – già drammatica – che vede gli italiani incidere per circa il 30% sul totale delle presenze, mentre i cosiddetti “extracomunitari” (pur nella loro accezione allargata) dilagano.
L’esterofilia non è una moda, ma una deriva strutturale
A certificare il fenomeno, peraltro in crescita costante, sono i numeri elaborati da Transfermarkt. La curva dell’incidenza dei giocatori stranieri sul totale delle presenze è inesorabile: dal 55,2% del campionato 2017-18 si è schizzata al 69,1% di questa stagione 2025. Un’impennata che, se si escludono i casi limite della Premier League (75,4%) e del campionato portoghese (73,8%), storicamente un torneo di “passaggio” e formazione, colloca la Serie A al terzo posto tra i campionati esterofili d’Europa, ben davanti a Ligue 1 (64,9%) e Bundesliga (61,4%). La sorpresa, semmai, arriva dalla Liga spagnola, ferma al 43,4%: un’anomalia, quest’ultima, che dimostra come si possa essere competitivi anche puntando sulla linfa del proprio vivaio.
La questione, lo si capisce dalle voci che circolano nei corridoi della Federcalcio, non è più solo un argomento da salotto sportivo, ma è diventata un’emergenza nazionale. Ogni volta che la Nazionale incappa in un fallimento mondiale – e il conto delle bocciature, ormai, inizia a pesare – si torna a parlare di vivai impoveriti e della “invasione” degli stranieri. Non tanto (e non solo) dei fuoriclasse, che alzano il livello del prodotto, ma di quella massa di giocatori “di riempimento” che occupano spazi preziosi, spesso anche nei campionati Primavera, soffocando i talenti nostrani sul nascere.
Il paradosso del mercato: costi proibitivi per gli italiani
A lanciare l’allarme, con la consueta pacatezza analitica, ci pensa Umberto Calcagno. Ex calciatore (con un passato importante nella Sampdoria) e attuale numero uno dell’Aic – il sindacato che tutela i calciatori – oltre che vicepresidente vicario della Figc, Calcagno conosce la piaga da ogni angolazione. E la sua diagnosi è impietosa: i giovani italiani, quelli che dovrebbero raccogliere l’eredità del passato, vengono spesso lasciati ai margini perché considerati un investimento rischioso o, paradossalmente, troppo caro.
Proprio su quest’ultimo punto si inserisce la mossa della Lega di Serie A. Il presidente Simonelli, consapevole del cortocircuito che vede i club preferire l’estero al mercato domestico, ha messo sul tavolo una proposta concreta: la creazione di un consorzio di garanzia. Un meccanismo finanziario, insomma, studiato per abbattere i costi delle fideiussioni e rendere meno onerosi gli acquisti dei cartellini tra club italiani. Perché, se si guarda l’ultima sessione di mercato, il divario è evidente: le operazioni che hanno varcato i confini nazionali (108) sono state quasi il doppio rispetto a quelle concluse all’interno dei nostri confini (68).
Vincoli Ue e diktat economici: un circolo vizioso
In questo schema distorto, il talento nazionale – quello che non è necessariamente “baciato dal dio del calcio” ma che va coltivato, sostenuto e fatto giocare – viene sacrificato sugli altari della redditività immediata. Acquistare un giocatore dalla Serie B o dalle giovanili, spesso, implica un esborso iniziale che i dirigenti non sono più disposti a sostenere, preferendo pescare a parametro zero o a costo contenuto nei mercati sudamericani o dell’Est Europa.
Rimane, sullo sfondo, la consueta difficoltà strutturale nel limitare l’ingresso dei cittadini comunitari. La libera circolazione dei lavoratori, sancita dai trattati europei (e dalla famosa sentenza Bosman), rende di fatto impossibile l’introduzione di tetti rigidi. Le società, di conseguenza, si muovono in un libero mercato dove l’unico vero filtro – quello extracomunitario – è facilmente aggirabile grazie ai passaporti ottenuti tramite discendenza o naturalizzazione. Il risultato è una Serie A sempre più ricca di talenti globali, ma paradossalmente sempre più povera di quella linfa vitale che, un tempo, rappresentava la vera ricchezza del nostro calcio.




