Il Board of Peace rilancia Gaza, ma il nodo dell’autorità resta e l’Italia si tiene a distanza

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La prima riunione del Board of Peace voluto da Donald Trump si è chiusa a Washington con una raffica di annunci — dieci miliardi di dollari dagli Stati Uniti, contributi per altri sette miliardi da una decina di Paesi, e la promessa di una forza di stabilizzazione internazionale forte di ventimila soldati — che mirano a proiettare l’immagine di un’amministrazione americana capace di dettare l’agenda mediorientale -1. Eppure, dietro la coreografia studiata nei minimi dettagli, con una cinquantina tra capi di Stato, ministri e amministratori delegati riuniti ordinatamente su due tribune laterali, tutti con il cappellino rosso Make America Great Again in mano, l’iniziativa lascia irrisolto il quesito fondamentale: chi governerà effettivamente la Striscia una volta che le armi taceranno, e a quali condizioni Hamas potrà essere realmente disarmato? -6. La distanza che separa la solenne proclamazione di intenti, infatti, dalla capacità concreta di determinare le variabili decisive sul terreno — il ritiro israeliano, la consegna degli arsenali da parte delle milizie palestinesi, la tenuta del cessate il fuoco — rappresenta il banco di prova su cui si misurerà la credibilità dell’intera architettura voluta dalla Casa Bianca.

L’amministrazione Trump, nel dettaglio, ha delineato un meccanismo complesso che prevede una International Stabilisation Force al comando di un generale statunitense, coadiuvato da un vice indonesiano, con il compito di presidiare l’area e formare circa dodicimila agenti di polizia palestinesi -1. Nazioni come Indonesia, Marocco, Kazakhstan, Kosovo e Albania hanno già garantito la loro disponibilità a inviare truppe, mentre Egitto e Giordania si occuperanno dell’addestramento -1. Al vertice di questa architettura, però, siede un Board of Peace a guida americana dove la rappresentanza palestinese brilla per la sua assenza: una scelta, questa, che ha sollevato più di una perplessità, tanto più che il presidente Trump ha accompagnato l’evento con dichiarazioni inequivocabili rivolte a Teheran, lasciando intendere che se non si giungerà a un accordo sul programma nucleare nei prossimi giorni “succederanno cose brutte” -5.

In questo scenario di riallineamento forzato delle relazioni internazionali, l’Italia ha scelto una posizione di cauto e calibrato osservatore. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, atterrato nella capitale americana in piena notte per una maratona diplomatica lampo, ha preso parte ai lavori con una spilla sul risvolto della giacca, ma ha subito precisato che Roma non entrerà a far parte permanente del Board per via dei vincoli costituzionali, citando l’articolo 11 che ripudia la guerra -3. Una soluzione di equilibrio, l’hanno definita alla Farnesina, che consente all’Italia di non restare isolata — presenti anche la maggior parte dei Paesi Ue e la Commissione — e di tutelare al contempo le proprie prerogative e i propri interessi commerciali, senza urtare la sensibilità di un presidente che ha fatto della lealtà personale il perno della sua politica estera -2-8.

Un board sovranazionale e la scommessa sul disarmo

L’impressione che si ricava dalla messinscena organizzata alla prima riunione, d’altra parte, è quella di un passaggio di consegne implicito ma netto dal multilateralismo classico delle Nazioni Unite a una gestione per così dire privatizzata delle crisi, dove i confini tra diplomazia, affari e lealtà politica diventano sempre più labili -6. Lo stesso presidente Trump, nel suo intervento, ha parlato di un Board che finirà per “sorvegliare” il lavoro dell’Onu, assicurandosi che funzioni a dovere, quasi a voler istituzionalizzare una struttura parallela capace di aggirare le lungaggini burocratiche di Palazzo di Vetro -6. E se da un lato ha ringraziato la Fifa per i settantacinque milioni di dollari destinati a progetti sportivi nella Striscia, mostrando accanto a sé Gianni Infantino, dall’altro ha ribadito la necessità che Hamas deponga le armi, una condizione che il gruppo islamista, per bocca dei suoi portavoce, ha subordinato alla garanzia preventiva del cessate il fuoco e alla fine dell’occupazione -1.

Sul punto, le posizioni degli attori coinvolti restano distanti. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, presente all’incontro, ha ribadito che il disarmo delle milizie dovrà avvenire “pacificamente o con la forza”, mentre il segretario di Stato Marco Rubio ha avvertito che in assenza di un processo credibile non esiste un “piano B”, se non il ritorno alla guerra -1. Una prospettiva, quest’ultima, che Tajani ha preferito non commentare, limitandosi a esprimere la speranza che i colloqui in corso tra americani e iraniani — dai quali dipende gran parte degli equilibri regionali — possano andare a buon fine, evitando l’apertura di un nuovo fronte -7. Il ministro, interpellato sulla possibilità di un attacco imminente a Teheran, ha liquidato la domanda con un secco richiamo alla necessità di non commentare i periodi ipotetici, un esercizio di stile che fotografa bene la prudenza con cui l’Italia intende muoversi in questa fase.

L’equilibrismo italiano tra Costituzione e atlantismo

Nella sostanza, la missione di Tajani ha rappresentato un esercizio di equilibrismo non indifferente: tenere un piede nella rinascita di Gaza, l’altro nella protezione degli interessi commerciali del Sistema Italia — si parla di un piano nazionale per sanità, istruzione e sicurezza alimentare — e il terzo, per usare una metafora, nella necessità di non scontentare un alleato potente e imprevedibile come Trump -2. Il titolare della Farnesina ha respinto con una certa fermezza chi parla di atteggiamenti servili, chi insomma usa il verbo “scodinzolare”, rivendicando l’autonomia delle scelte italiane e ricordando come su altri dossier, dalla Groenlandia a certe iniziative unilaterali, Roma non abbia esitato a esprimere posizioni diverse -8. Ma ha anche ribadito, con chiarezza, che l’Italia resta un paese “transatlantico” sia quando alla Casa Bianca siede un democratico sia quando governano i repubblicani: una dichiarazione di continuità, questa, che serve a blindare il rapporto prioritario con Washington al di là delle inevitabili differenze di vedute su singoli punti.

La partita, del resto, è appena cominciata. I dieci miliardi promessi da Trump per Gaza, dei quali non è chiaro se proverranno dal bilancio federale o richiederanno un passaggio congressuale, si sommano a una colletta internazionale che per ora ha raccolto una cifra ben inferiore ai settanta miliardi che gli esperti Onu ritengono necessari per una ricostruzione integrale della Striscia -1. E se è vero che Giappone, Cina e Russia sono stati citati dal presidente americano come possibili futuri contributori, è altrettanto vero che il Board of Peace appare per ora un’iniziativa a trazione prevalentemente occidentale e sunnita, con l’esclusione di fatto di una rappresentanza politica palestinese autonoma -6. Una struttura, insomma, che per funzionare dovrà dimostrare di saper tradurre le promesse in atti concreti e, soprattutto, di poter contare su una forza militare credibile e su una chiara catena di comando, elementi che al momento restano sulla carta. E mentre Trump si gode la scena e i cappellini rossi, il destino di Gaza resta appeso a quel nodo — disarmo, governance, ritiro israeliano — che nessuna dichiarazione solenne ha ancora saputo sciogliere.

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