"Abbasso Hamas": il dissenso a Gaza emerge tra repressione e disperazione
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Redazione Esteri
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Per la prima volta dall’inizio del conflitto, gruppi di civili nella Striscia di Gaza hanno osato sfidare apertamente Hamas, manifestando con slogan che fino a pochi giorni fa sarebbero costati loro arresti o peggio. "Vogliamo vivere", gridano in coro, mentre la rabbia per la fame e le macerie si mescola alla richiesta di liberare gli ostaggi ancora nelle mani del gruppo estremista. Le proteste, scoppiate martedì 25 marzo a Beit Lahia, di fronte all’ospedale indonesiano — più volte colpito dai raid israeliani —, si sono rapidamente estese verso Khan Younis e altri quartieri, tra cui Shuja'iyya, a Gaza City, dove i dimostranti hanno accusato Hamas di averli abbandonati al loro destino.
La repressione non si è fatta attendere: secondo fonti locali, uomini armati legati alla fazione hanno disperso i raduni con intimidazioni e colpi in aria, confermando un clima di paura che per mesi aveva soffocato ogni forma di dissenso. Eppure, la disperazione sembra aver superato il terrore. "La Striscia non è proprietà di un solo gruppo", recita una dichiarazione diffusa dagli organizzatori, che denunciano lo sfruttamento della popolazione da parte di chi, in teoria, dovrebbe rappresentarla.
Intanto, Hamas ha rilanciato la sua guerra psicologica contro Israele, avvertendo che gli ostaggi potrebbero "tornare in bare" se l’esercito tentasse un’operazione militare per liberarli. Una minaccia che arriva dopo l’annuncio del ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, su nuovi piani offensivi nella Striscia. "Facciamo il possibile per mantenerli in vita", si legge in una nota del gruppo, che però accusa i bombardamenti israeliani di mettere a rischio i prigionieri.




