Rothko, il colore assoluto che conquista Firenze: oltre ventimila visitatori e un dialogo segreto tra capolavori
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non è solo una mostra, ma un vero e proprio attraversamento della pittura, quello che Palazzo Strozzi offre con “Rothko a Firenze”, e i numeri, del resto, cominciano a raccontarlo con chiarezza. L’esposizione, aperta dal 14 marzo e visibile fino al 23 agosto, ha infatti superato la soglia dei ventimila visitatori nelle prime settimane di programmazione -3; un risultato, quest’ultimo, che arriva a valle di un’apertura già caratterizzata da un’affluenza record, con oltre diciottomila presenze registrate nei soli primi dieci giorni. Si tratta di un progetto espositivo che, concepito appositamente per la struttura rinascimentale, non si limita a celebrare l’indiscusso maestro dell’espressionismo astratto, ma ne riscrive il legame con la città, tessendo una trama fitta tra lo spazio urbano e la poetica dell’artista americano. A curare l’operazione, che gode della significativa collaborazione con la Direzione regionale Musei nazionali Toscana – coinvolgendo il Museo di San Marco e la Biblioteca Medicea Laurenziana – sono Christopher Rothko ed Elena Geuna -1-10; il primo, figlio dell’artista, porta con sé quella dimensione intima e filologica che restituisce uno sguardo meno celebrativo, più umano, quasi domestico, sulla genesi di opere divenute ormai icone del Novecento.
L’architettura del cortile e le pietre serena di Palazzo Strozzi, insomma, diventano lo scenario ideale per esplorare una tensione che fu costitutiva nel lavoro di Rothko, quella tra la misura classica, quasi architettonica, e una libertà espressiva capace di dissolvere i confini della tela. L’esposizione, che riunisce oltre settanta opere provenienti da istituzioni di altissimo profilo come il Museum of Modern Art e il Metropolitan Museum di New York, la Tate di Londra o il Centre Pompidou di Parigi, ripercorre l’intera parabola creativa dell’artista. Si parte dagli esordi figurativi degli anni Trenta e Quaranta – dove l’influenza del surrealismo e dell’espressionismo si fa ancora sentire – per arrivare fino a quelle tele iconiche degli anni Cinquanta e Sessanta, quelle in cui ampie campiture di colore fluttuano, sospese, e la bidimensionalità viene superata in favore di una percezione spaziale che coinvolge lo spettatore in un abbraccio quasi mistico. Proprio in questa fase, del resto, Rothko abbandona l’obbligo della forma, trasformando il pigmento in atmosfera, in una vibrazione che non chiede di essere guardata, ma vissuta.
Dentro la mostra, tra errori e ripensamenti: lo sguardo intimo di Landi e Sgherri
Ma al di là del dato numerico e della qualità dei prestiti, c’è un’altra narrazione, più sottile e forse più autentica, che emerge da questa esposizione. Due artisti, Gabriele Landi e Gianluca Sgherri, hanno visitato la retrospettiva restituendone un racconto intimo e inatteso, concentrandosi non solo sui capolavori celebrati dalla critica, ma su ciò che di solito rimane nascosto: errori, ripensamenti, fragilità, tutte quelle tracce del processo creativo che il museo spesso nasconde sotto uno strato di lucido compimento. Il loro sguardo, dunque, si posa su quei particolari che svelano l’artista al lavoro, l’uomo che esita, che corregge, che cerca. E così, mentre la mostra ufficiale ci consegna un Rothko consacrato, questo punto di vista laterale ce ne restituisce uno più esposto, più vero, restituendo profondità a una figura che, nella sua ricerca spirituale, non temeva di mostrare le crepe del fare artistico.
Un successo certificato e un inaspettato caso virale sui social
Il successo della mostra, del resto, si alimenta anche di episodi che esulano dal semplice dato statistico, confermando come l’arte riesca ancora oggi a generare relazioni e storie. Tra i visitatori dei primi giorni, due giovani sono diventate protagoniste di un caso virale sui social: colpite dalla forza delle opere e ispirate dall’atmosfera unica di Palazzo Strozzi, hanno lanciato un appello su TikTok per ritrovare una persona incontrata durante la visita. Un “colpo di fulmine tra i quadri”, lo hanno definito alcuni commenti, che ha generato oltre mezzo milione di visualizzazioni in poche ore, trasformando l’esperienza estetica in un’occasione di connessione umana. Un episodio, questo, che racconta come la potenza emotiva di Rothko – quella stessa potenza che spinge l’artista a volere che lo spettatore provasse l’intensità che lui stesso viveva nel dipingere – sappia trascendere i confini della tela per diventare spazio d’incontro.
Un progetto diffuso tra la quiete di San Marco e il rigore della Laurenziana
La cifra distintiva di “Rothko a Firenze”, però, risiede anche nella sua natura diffusa, in quel dialogo serrato che l’allestimento instaura con due luoghi simbolo della città. Al Museo di San Marco, dove è stato riallestito l’intero percorso museale, cinque opere del pittore americano entrano in dialogo con le celle affrescate dal Beato Angelico. È un incontro, questo, che va oltre la semplice giustapposizione cronologica: è l’incontro tra due ricerche spirituali, tra la devozione del frate domenicano e la laica sacralità dei campi cromatici di Rothko, entrambi tesi verso una forma di assoluto che si fa preghiera. E poi c’è la Biblioteca Medicea Laurenziana, nel cui Vestibolo michelangiolesco trovano posto due opere del ciclo dei *Seagram Murals*. Qui, il colore di Rothko incontra l’inquietudine strutturale di Michelangelo, e la staticità della pittura a olio si misura con l’architettura che rompe gli schemi, dimostrando come la classicità più severa possa farsi spazio capace di accogliere la libertà più radicale dell’astrazione. Un progetto unico, insomma, che utilizza Firenze non come semplice sfondo, ma come elemento attivo di un racconto che lega indissolubilmente il passato rinascimentale alla tensione verso il futuro che fu propria di Rothko.
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