Rothko a Firenze, il viaggio dell’anima tra le celle del Beato Angelico e lo spazio di Michelangelo

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un momento, nella lunga carriera di Mark Rothko, in cui la pittura cessa di essere semplicemente una questione di sguardo per trasformarsi in una questione di spazio, e fu forse nel 1950, durante il suo primo viaggio in Italia, che il pittore americano – nato Markus Yakovlevich Rothkowitz a Daugavpils ancora prima che la città diventasse lettone – comprese realmente come l’arte potesse farsi architettura dell’emozione. Visitando il convento di San Marco a Firenze, rimase folgorato dagli affreschi del Beato Angelico, da quelle cellette monastiche dove la pittura non decorava, ma creava un vuoto pieno di sacralità; e subito dopo, varcando la soglia del Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, trovò in Michelangelo quel senso di compressione, quell’angoscia fisica dello spazio murato che anni dopo avrebbe tentato di restituire con i suoi Seagram Murals. Oggi, a distanza di oltre settant’anni da quell’iniziazione, Firenze restituisce il dialogo con una mostra – “Rothko a Firenze”, aperta a Palazzo Strozzi dal 14 marzo al 23 agosto 2026 – che non si limita a esporre opere, ma prova a ricostruire il circuito chiuso di quella folgorazione.

Curata dal figlio Christopher Rothko insieme a Elena Geuna, l’esposizione porta in città oltre settanta lavori, molti dei quali mai visti prima in Italia, provenienti dai pi ù importanti musei del mondo: dal Museum of Modern Art di New York alla Tate di Londra, dal Centre Pompidou di Parigi alla National Gallery of Art di Washington. Il percorso, che a Palazzo Strozzi attraversa cronologicamente l’intera parabola dell’artista – dagli esordi figurativi degli anni Trenta, quando Rothko guardava ancora a Ensor e a Klee, passando per la fase surrealista e i cosiddetti Multiforms, fino ai grandi campi di colore degli anni Cinquanta – si estende però anche fuori dalle sale espositive, in una sorta di mappa urbana che ridisegna i luoghi della memoria. Al Museo di San Marco, cinque opere di piccolo formato sono state collocate in altrettante celle affrescate dal Beato Angelico: un dialogo silenzioso, fatto di affinità cromatiche e tensioni spirituali, che Christopher Rothko ha voluto come restituzione fisica di ciò che il padre aveva assorbito.

Il colore come materia viva e la lezione del Rinascimento

Se l’impatto con l’Angelico aveva insegnato a Rothko la possibilità di una pittura devozionale senza agiografia, l’incontro con l’architettura di Michelangelo gli offrì invece la chiave per pensare l’opera non come quadro, ma come ambiente. Il Vestibolo della Laurenziana, con le sue colonne incassate e quell’impressione di spazio che soffoca e protegge al tempo stesso, ispirò la serie dei Seagram Murals: tele monumentali commissionate per il ristorante Four Seasons del Seagram Building a New York, da cui Rothko poi si ritirò, restituendo i soldi perché non voleva che le sue opere diventassero sfondo per conversazioni frivole. Oggi, due studi preparatori per quei pannelli sono stati installati proprio nel Vestibolo michelangiolesco, e li si può vedere – come spiega la curatrice Elena Geuna – fronteggiare lo scalone, restituendo al visitatore quella sensazione di chiusa drammaticità che il pittore cercava. La mostra, insomma, non racconta solo Rothko, ma prova a fare ciò che Rothko chiedeva alle sue tele: diventare esperienza.

L’allestimento di Palazzo Strozzi, nelle sue dieci sale, alterna capolavori assoluti come *No. 3 / No. 13* del 1949, proveniente dal MoMA, o Untitled del 1952-53 dal Guggenheim di Bilbao, a opere meno note ma altrettanto significative, come Interior del 1936, dove il richiamo alla tomba di Giuliano de’ Medici nella Sagrestia Nuova di San Lorenzo è evidente quasi fosse una citazione colta. E man mano che si procede, l’astrazione si fa sempre più pura, i rettangoli di colore sembrano galleggiare su fondi luminosi, e la pittura raggiunge quella che per Rothko era la meta ultima: l’intensità della musica e della poesia. Nell’ultima sala, le tele della serie Black and Gray del 1969-70 – realizzate poco prima del suicidio – mostrano un artista ormai giunto alla sintesi estrema, dove il colore si fa scuro e rarefatto, e la materia pittorica diventa quasi un respiro che si trattiene.

La città diffusa e l’omaggio del bar Artemisia

Ma l’eco della mostra non si ferma ai luoghi istituzionali. Come accade per gli eventi che davvero segnano la stagione culturale di una città, anche “Rothko a Firenze” ha generato attorno a sé una serie di iniziative collaterali che ne prolungano il senso nella vita quotidiana. Il bar Artemisia, all’interno dell’Hotel Savoy in piazza della Repubblica, ha dedicato al pittore una cocktail list inedita intitolata “Maestro of Colours”: quattro drink studiati dal bar manager Federico Galli che traducono in miscelazione le campiture cromatiche delle tele più celebri. Così il Red Horizon si ispira a Untitled Red and Yellow del 1952, mentre il Golden Silence evoca la tela gialla e blu del 1954, in un gioco di rimandi che prova a restituire, attraverso il gusto e la vista, quella stessa intensità emotiva che si prova davanti a un dipinto.

Parallelamente, la Fondazione CR Firenze ha messo in campo due iniziative per coinvolgere il territorio: visite guidate gratuite per i residenti nella Città Metropolitana, pensate come percorsi di immersione che abbinano all’osservazione delle opere l’ascolto di brani musicali selezionati, e la distribuzione di cento tessere Amico Young per altrettanti studenti delle scuole superiori, perché l’incontro con Rothko possa diventare anche occasione formativa per le nuove generazioni. E poi ancora, un ciclo di incontri diffusi nelle biblioteche comunali e in quelle dell’area metropolitana, per portare la conoscenza dell’artista anche fuori dai circuiti tradizionali dei musei.

Un dialogo che attraversa il tempo

Quello che colpisce, percorrendo le sale di Strozzi e spostandosi poi tra San Marco e la Laurenziana, è la naturalezza con cui le opere di Rothko dialogano con spazi che non erano stati pensati per accoglierle. I piccoli formati inseriti nelle celle del convento domenicano non sembrano aggiunti, ma quasi ritrovati; i colori caldi e vibranti dei Multiforms rispondono alle lumeggiature degli affreschi quattrocenteschi con una consonanza che supera la differenza cronologica. E nel Vestibolo di Michelangelo, le due tele – che altrove apparirebbero astratte e lontane – si caricano improvvisamente di una tensione architettonica, entrano in risonanza con le pareti di pietra serena e con le colonne incassate, diventano parte di un discorso più ampio sulla possibilità della pittura di costruire spazi mentali prima ancora che visivi.

Rothko, del resto, non era un artista che amasse le spiegazioni. Diceva che scrivere di lui era come azzardare congetture, e forse proprio per questo la scelta di portarlo a Firenze – in una città fatta di pietra e di affreschi, di luci che cambiano con le ore e di ombre profonde – restituisce il senso più autentico del suo lavoro. Non una retrospettiva tradizionale, ma un tentativo di far rivivere l’esperienza che lui stesso fece, settant’anni fa, camminando per le stesse strade e fermandosi davanti agli stessi capolavori. Un circuito che si chiude, una città che restituisce al pittore ciò che lui le aveva preso.

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