Breton senza visto Usa, il silenzio di Palazzo Chigi e la difesa della Lega
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Redazione Esteri
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Mentre da Bruxelles, Parigi e Berlino si leva un coro di ferma condanna, il governo italiano sceglie una linea di assoluta riservatezza, che appare tanto più significativa se si considera l'attuale quadro politico internazionale. La decisione dell'amministrazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di negare il visto d'ingresso all'ex commissario europeo Thierry Breton, ideatore di normative chiave per i mercati digitali, rappresenta infatti un atto dalle chiare valenze politiche, un segnale di rappresaglia diretto verso la regolamentazione europea dei giganti della tecnologia. Il silenzio di Palazzo Chigi, così come quello dei ministeri direttamente competenti in materia, lascia spazio a un unico, netto intervento proveniente dall'area di maggioranza, quello della Lega, che ha invece espresso pubblicamente il proprio sostegno alla mossa americana.
Una rappresaglia mirata e le reazioni europee
La vicenda, che coinvolge oltre a Breton altri quattro funzionari europei, è stata immediatamente chiarita nelle sue motivazioni dal segretario di Stato americano, Marco Rubio, il quale ha sottolineato come l'elenco dei soggetti colpiti dalle restrizioni non sia da considerarsi chiuso. La misura, definita senza mezzi termini un'intimidazione dalle istituzioni comunitarie e dal presidente francese, punta direttamente al cuore della strategia normativa dell'Unione, quella che, attraverso il Digital Markets Act e il Digital Services Act, mira a limitare il potere delle grandi piattaforme, molte delle quali hanno sede proprio negli Stati Uniti. Si tratta, nelle parole di diversi osservatori, di un'offensiva in difesa degli interessi dei cosiddetti "tecno-oligarchi", i cui affari sono stati toccati dalle nuove regole volute da Bruxelles.
La posizione isolata della Lega nel panorama Ue
In questo contesto, l'uscita del partito guidato da Matteo Salvini risuona con un tono decisamente dissonante rispetto alla posizione comune espressa dalla Commissione europea, dal Consiglio dell'Ue e dalle principali capitali. La Lega, prendendo posizione a favore di Washington, ha infatti sostenuto che spetti agli Stati Uniti, in piena sovranità, decidere a chi concedere l'ingresso nel proprio territorio. Una presa di distanza, questa, dal fronte unico europeo, che sembra riflettere le tradizionali simpatie atlantiche del partito e che si inserisce in un momento diplomatico particolarmente sensibile, segnato da tensioni commerciali e strategiche. Tale posizione, peraltro, non è stata controbilanciata da alcuna dichiarazione ufficiale del premier o degli altri vertici di governo, creando un vuoto di rappresentanza della posizione italiana a livello comunitario.
Le implicazioni per la politica digitale e le relazioni transatlantiche
L'episodio, al di là delle singole persone coinvolte, solleva questioni di portata più ampia riguardo al futuro della governance dello spazio digitale e all'equilibrio di potere tra regolatori e ration globali. La risposta europea, per ora confinata a forti dichiarazioni di principio e all'ipotesi di contromisure, dovrà misurarsi con una strategia americana che ha scelto la via della pressione personale sui funzionari. La scelta di colpire figure tecniche come Breton, la cui attività si è svolta nel rigoroso ambito del mandato conferitogli dalle istituzioni europee, segna un precedente preoccupante, che rischia di inquinare il dialogo transatlantico su un tema, quello della concorrenza e della sicurezza digitale, che richiederebbe invece la massima collaborazione. Il silenzio italiano, in questo frangente, potrebbe essere interpretato come un elemento di ulteriore complessità in un negoziato già di per sé estremamente delicato.




