Bulgaria, l’ottavo voto in cinque anni consegna il paese a Radev: trionfo dell’euroscettico

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sofia si è risvegliata, ieri, in una veste politica profondamente rinnovata, sebbene la strada verso la stabilità appaia ancora costellata di insidie. Le urne, aperte dalle sette locali (le sei in Italia) per l’ottava tornata elettorale in appena cinque anni, hanno infatti fotografato un cambiamento netto nella volontà popolare: a trionfare è il partito neocostituito “Bulgaria Progressista”, guidato dall’ex presidente della Repubblica Rumen Radev, che ha raccolto consensi in misura tale da riscrivere gli equilibri di un parlamento storicamente frammentato. Gli exit poll, confermati dalle prime proiezioni ufficiali elaborate dall’agenzia Trend su un campione che ha superato il sessantacinque per cento delle sezioni scrutinabili, attribuiscono alla formazione euro-scettica una percentuale di voti oscillante tra il trentotto e il quarantacinque per cento; un risultato, quest’ultimo, che proietta la coalizione di Radev verso una maggioranza schiacciante, capace di tradursi in oltre centotrenta seggi nell’Assemblea nazionale di duecentoquaranta membri. Si tratta di una débâcle storica per il partito conservatore Gerb, l’ex formazione di governo guidata dal premier uscente Boyko Borissov, che è crollata a percentuali che non raggiungono la soglia del sedici per cento, mentre la coalizione liberale Pp-Db si è fermata intorno al quattordici per cento, deludendo le aspettative di quanti speravano in una svolta europeista.

Un trionfo annunciato e l’azzeramento del vecchio ceto politico

La vittoria di Radev, che aveva lasciato la presidenza della Repubblica in anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato proprio per lanciarsi in questa avventura parlamentare, assume i contorni di un plebiscito contro la cosiddetta “corruzione legalizzata”. L’ex capo di Stato, non nuovo a posizioni di apertura verso Mosca e a critiche nei confronti delle politiche di aiuto militare a Kiev, ha costruito il suo consenso su un’agenda che promette di smantellare il modello oligarchico, accusato di aver paralizzato il paese e di aver causato l’alternarsi di sette primi ministri diversi (nessuno dei quali è riuscito a portare a termine un mandato completo) negli ultimi cinque anni. In una dichiarazione rilasciata ai sostenitori dopo la diffusione dei primi exit poll, Radev ha parlato di “vittoria della speranza”, sottolineando come gli elettori abbiano scelto di non soccombere alla manipolazione e all’apatia, anche se ha ammesso che la diffidenza nei confronti della politica rimane a livelli allarmanti. A pesare nel ribaltone è stato anche il fattore partecipazione: l’affluenza, attestatasi intorno al quarantasei per cento, ha segnato un recupero significativo rispetto alle precedenti consultazioni, segno che la mobilitazione contro lo status quo ha finalmente rotto l’incantesimo dell’astensionismo.

La poltrona del malato: l’instabilità come eredità

Nonostante il tripudio numerico, lo spettro dell’ingovernabilità continua a librarsi sulla Bulgaria. Sebbene “Bulgaria Progressista” goda di una forbice di seggi che potrebbe avvicinarsi o addirittura superare la soglia della maggioranza assoluta (centoventuno scranni), la storia recente del paese impone cautela: le frammentazioni parlamentari hanno reso finora impossibile la formazione di esecutivi resilienti, e il nuovo corso non sembra, almeno sulla carta, esente da rischi di isolamento. I socialisti del Bsp, ad esempio, secondo i calcoli sarebbero rimasti in bilico sulla soglia di sbarramento del quattro per cento, rischiando di restare esclusi dal parlamento e privando Radev di un potenziale alleato storico. Il leader della coalizione vincitrice ha già escluso alleanze con il Gerb di Borissov e con il Movimento per i Diritti e le Libertà (Mrf), quest’ultimo guidato da una figura controversa colpita da sanzioni internazionali per corruzione. Se da un lato, quindi, i numeri parlano di un trionfo assoluto, dall’altro la capacità di Radev di tradurre questo successo in un governo funzionante dipenderà dalla sua abilità nel trovare nuovi partner o nel gestire una maggioranza risicata, in un’aula che per cinque anni è stata sinonimo di stallo. Il paese, intanto, guarda a Bruxelles con una certa apprensione, consapevole che l’arrivo di una figura così critica verso l’euro e le politiche comunitarie potrebbe complicare ulteriormente i rapporti tra Sofia e le istituzioni europee, proprio mentre l’Ungheria di Viktor Orbán (la cui rielezione ormai non fa più notizia da tempo) sembrava aver imboccato un vicolo cieco.

Sviluppi giudiziari e la lotta al voto di scambio

Parallelamente allo scrutinio, restano sullo sfondo le tensioni legate alla legalità del voto, una piaga che ha minato la credibilità delle precedenti legislature. Il governo ad interim, in carica fino a ieri, aveva avviato un’operazione senza precedenti per contrastare il voto di scambio, arrivando a deferire all’autorità giudiziaria diverse centinaia di persone sospettate di coercizione elettorale, con episodi che hanno coinvolto persino funzionari postali accusati di aver distorto l’erogazione di benefit sociali a fini propagandistici. Radev stesso, recatosi al seggio nella capitale, ha espresso apprezzamento per il lavoro delle forze dell’ordine nel contrastare la compravendita di suffragi, definendo la massiccia partecipazione popolare come l’unico antidoto efficace a queste pratiche illecite. Se il risultato delle urne rappresenta un verdetto netto contro i partiti tradizionali, il fronte giudiziario rimane aperto: le inchieste su presunti finanziamenti illeciti ai partiti minori e sui meccanismi di pressione nei collegi più poveri proseguiranno probabilmente anche dopo l’insediamento del nuovo parlamento, mantenendo alta la tensione politica. La Bulgaria, che solo pochi mesi fa è entrata a pieno titolo nell’area Schengen e nell’Eurozona, si trova dunque a un bivio: da un lato il desiderio di stabilità espresso dalle urne, dall’altro la consapevolezza che la guerra alla corruzione è solo all’inizio e che la fragilità delle maggioranze resta il vero banco di prova per Radev e i suoi sostenitori.

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