Com’è triste Giuseppi. A Venezia la metà dei grillini ha votato a destra per il sindaco Venturini
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Redazione Interno
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Il martedì sera, a due giorni dall’apertura delle urne delle amministrative, arriva la notizia più dolorosa per il leader del M5S Giuseppe Conte, che i detrattori (e ormai anche molti dei suoi) chiamano con un pizzico di sarcasmo “Giuseppi”. A Venezia, dove il centrosinistra sognava la rimonta dopo l’addio di Brugnaro, il fondatore del Movimento incassa la beffa più amara, quella che trasforma una sconfitta elettorale in un vero e proprio cortocircuito antropologico: il suo popolo, quello che avrebbe dovuto presidiare il “campo largo”, lo ha tradito in massa.
O, per dirla con i numeri, un elettore pentastellato su due, in Laguna, ha chiuso gli occhi e ha messo la croce sul simbolo di Simone Venturini, il giovane civico di centrodestra che ha stravinto al primo turno.
L’analisi dei flussi e il peso della lista civica
Il dato non è un’opinione, ma il risultato degli exit poll incrociati con lo scrutinio, che racconta una geografia elettorale capovolta rispetto alle aspettative della vigilia. Il candidato del centrodestra, Simone Venturini, non solo ha conquistato Ca’ Farsetti con il 53% dei consensi, ma lo ha fatto costruendo una vittoria personale che ha ridimensionato il ruolo dei partiti tradizionali all’interno della sua stessa coalizione.
La sua lista civica, dal colore giallo canarino che nulla ha a che vedere con il simbolo a 5 stelle, ha letteralmente fagocitato il consenso, sfondando il tetto del 30%. In questo scenario, l’analisi di affluenza proveniente da fonti come Affaritaliani conferma il tonfo dei satelliti della maggioranza: se Fratelli d’Italia si ferma al 13%, la Lega affonda sotto il 5% e Forza Italia arranca, è evidente che la spinta per Venturini sia arrivata da un’area ben più ampia della sola destra.
E qui entra in gioco il “caso Conte”: il Movimento 5 Stelle, che a livello nazionale arranca tra il 5 e il 10% secondo le proiezioni degli analisti, a Venezia è stato un convoglio che ha scaricato metà dei suoi passeggeri alla prima stazione utile del centrodestra.
La debacle della narrazione e il silenzio delle urne
Ma c’è una debacle nella debacle, che rischia di far dimenticare persino il flop di Andrea Martella (il candidato del Pd fermo al 37%). Per mesi, la cronaca nazionale aveva costruito il racconto per cui Venezia sarebbe caduta come un frutto maturo in mano alla sinistra, spinta dalla presunta ondata di popolarità della “pasionaria” anti-Venezi. La nomina di Beatrice Venezi alla Fenice – si diceva – era il pettine che si sarebbe infilato nel centrodestra; gli orchestrali contestatari, si scriveva, avevano toccato il cuore dei veneziani.
Ebbene, le urne hanno spazzato via questa narrazione con il cinismo tipico della periferia nord-orientale, dove il pragmatismo batte la cultura. Quella campagna che sembrava inarrestabile nei talk show non ha prodotto nemmeno l’effetto di un argine: il voto ha dimostrato che i cittadini distinguono nettamente tra la polemica culturale nazionale e la gestione amministrativa quotidiana, premiando chi per dieci anni ha messo mano al bilancio del sociale piuttosto che chi brandiva la bacchetta del direttore d’orchestra come un’arma politica.
Il nuoto in laguna degli alleati di sinistra
E mentre Conte si interroga sul futuro (con dichiarazioni che parlano di “sicurezza e flussi” per tentare di tamponare la falla), i numeri raccontano un’altra verità, spietata e cristallina. Alle Europee del 2024, il M5S aveva ancora una sua dignità numerica nella città lagunare; in questa tornata, complice l’astensionismo che ha falcidiato i giovani e la sinistra radicale, chi è rimasto fedele alla stellina è stato un gruppuscolo di ferro, schiacciato non solo da Venturini ma anche da Alleanza Verdi e Sinistra, che pure naviga in acque agitate.
La fuga dei moderati pentastellati verso l’area di Brugnaro (e del suo delfino) suggerisce che l’operazione di Conte di trasformare l’ex-Movimento in un partito personalistico e “serio” per il governo non abbia retto l’urto del primo test reale. Se a Reggio Calabria il centrodestra ha compiuto un altro scatto, a Venezia la lezione è specifica: il “campo largo” è una costruzione da salotto romano che nella periferia veneta frana sotto il peso delle amministrative vere, quelle in cui si decide chi mette le mani sulle strade e sui canali.




