Barilla nella top ten della fiducia globale: l’impresa di Parma è la prima del food mondiale
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Redazione Economia
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L’8 aprile scorso, attraverso un comunicato stampa diffuso contestualmente alla pubblicazione della classifica, il gruppo alimentare Barilla ha annunciato di essersi piazzato al nono posto del Global RepTrak® 100, la più autorevole indagine statunitense – sebbene condotta ormai su scala planetaria – che misura la reputazione aziendale percepita dal grande pubblico. Un risultato, quest’ultimo, che assume un peso specifico notevole se si considera non solo il balzo in avanti rispetto alla rilevazione precedente, ma anche il contesto economico generale: la società parmigiana, guidata dai fratelli Guido, Luca e Paolo Barilla, è riuscita a scalare sedici posizioni in un solo anno, passando dal venticinquesimo posto del 2025 all’attuale nono, facendo così il suo ingresso per la prima volta nella top ten assoluta dei brand più affidabili al mondo. E c’è di più: stando ai dati elaborati da RepTrak, società che dal 1999 analizza queste dinamiche, l’azienda fondata dal bisnonno Pietro si conferma per il terzo anno consecutivo la prima realtà del settore alimentare a livello globale, un primato che la pone davanti a colossi della distribuzione e della tecnologia.
I criteri della classifica e la sfida della trasparenza
Ma cosa significa esattamente essere considerati affidabili secondo i parametri di questa specifica rilevazione? Il Global RepTrak, va detto, non si limita a sondare la semplice soddisfazione del consumatore finale, né tantomeno si basa esclusivamente sulla redditività dell’impresa. Gli analisti coinvolti nel progetto prendono in esame un ventaglio molto articolato di voci, che spazia dalla qualità percepita dei prodotti e dei servizi – un aspetto, quest’ultimo, su cui Barilla ha storicamente costruito la sua fortuna – fino a parametri più immateriali ma ugualmente decisivi come l’etica professionale, il grado di trasparenza nelle comunicazioni e l’effettiva incisività delle politiche sul luogo di lavoro. A questi si aggiungono valutazioni sulle prospettive di crescita, la capacità di innovare l’offerta (basti pensare alle nuove linee come la “Al Bronzo” o la “Protein+” premiate dai consumatori) e, non da ultimo, il reale coinvolgimento dei dipendenti, quasi novemila persone che rappresentano il vero motore operativo dell’azienda. È proprio la capacità di coniugare questi aspetti, spesso difficili da armonizzare per una realtà manifatturiera complessa, a fare la differenza in una graduatoria dove la concorrenza è agguerritissima.
La forza di un modello familiare non quotato
Un elemento di peculiarità, che merita di essere sottolineato per comprendere appieno la portata del risultato, riguarda la natura stessa del gruppo: Barilla resta saldamente un’azienda familiare, non quotata in Borsa, una scelta che ne ha preservato l’indipendenza strategica ma che la espone meno alle logiche di breve periodo dei mercati finanziari. Presente in oltre cento Paesi, supportata da trenta siti produttivi e da una produzione annua che supera le due milioni di tonnellate (un fiume di pasta, sughi pronti e prodotti da forno che scorre ininterrottamente verso gli scaffali di mezzo mondo), l’azienda ha dimostrato che si può crescere in reputazione anche senza cedere a logiche puramente speculative. La recente inaugurazione del centro BITE (Barilla Innovation & Technology Experience) a Parma, un hub dove duecento professionisti – tra tecnologi alimentari, ingegneri e food designer – lavorano a stretto contatto con università e centri di ricerca, rappresenta del resto una risposta concreta a chi chiede innovazione: lì si progettano le ricette del futuro, si migliorano i processi produttivi e si studiano imballaggi sempre più sostenibili, elementi che la classifica premia in modo tangibile.
L’impegno sulla sostenibilità come leva reputazionale
Se si analizzano i dati diffusi nei mesi precedenti all’annuncio del traguardo, emerge chiaramente come la strategia green abbia giocato un ruolo decisivo nell’ascesa del gruppo. Nel marzo scorso, in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua e del Riciclo, l’azienda aveva già fornito numeri significativi: il 100% delle confezioni vendute in Italia è oggi progettato per essere riciclato, mentre a livello globale oltre la metà dei materiali utilizzati proviene da fonti riciclate. Sul fronte della gestione idrica, un capitolo delicatissimo per un’industria che consuma ingenti volumi d’acqua, il miglioramento è stato netto: nel 2024 l’acqua riciclata e riutilizzata è cresciuta del 45% rispetto al 2022, con un balzo del 164% nelle aree geografiche caratterizzate da maggiore stress idrico. Nello stabilimento di Rubbiano, dedicato alla produzione di sughi, gli interventi di potenziamento degli impianti di depurazione hanno da soli incrementato del 28% la capacità di riciclo nell’arco di un solo anno. Sono questi i fatti concreti, misurati e certificati, che la classifica internazionale ha evidentemente preso in considerazione per assegnare il nono scranno della fiducia globale a una delle due sole aziende italiane presenti in top ten.




