L’Ue mette nero su bianco le condizioni per Kiev: niente adesione senza procure anti-corruzione indipendenti
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Redazione Esteri
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Nel quarto anniversario dell’inizio dell’invasione su larga scala, mentre i vertici di Bruxelles erano in visita a Kiev per ribadire un sostegno che appare in alcuni frangenti più verbale che concreto, l’Unione Europea ha scelto di inviare al governo ucraino una serie di documenti dettagliati che fotografano, capitolo per capitolo, lo stato dell’arte del percorso di adesione. E se da un lato Ursula von der Leyen annunciava un prestito da 90 miliardi — la cui erogazione, va detto, resta al momento congelata dall’opposizione di Ungheria e Slovacchia — dall’altro lato Bruxelles ha messo nero su bianco alcune richieste precise in materia di lotta alla corruzione, che rappresentano da sempre una delle condizioni più spinose per l’ingresso nell’Unione. La pressione, insomma, non si allenta, e anzi si concentra su due istituzioni cardine come l’Autorità nazionale anticorruzione (Nabu) e la Procura specializzata (Sapo), la cui indipendenza è considerata un prerequisito non negoziabile.
Il nodo, e non è certo un dettaglio da poco, affonda le radici in una vicenda accaduta lo scorso luglio, quando Volodymyr Zelensky aveva tentato di ricondurre sotto l’egida del Procuratore generale — una figura, vale la pena ricordarlo, da lui stesso nominata — le due agenzie. Un tentativo, quello della presidenza ucraina, di riprendere il controllo su organismi che stavano indagando su filoni delicatissimi, tra cui la nota inchiesta “Midas” che alla fine del 2025 avrebbe portato alla rimozione di due ministri e del capo dello staff presidenziale per un presunto maxi-giro di tangenti. La mossa di Zelensky, come documentato anche dall’Ukraine Report 2025, provocò un’immediata reazione dell’opinione pubblica e delle istituzioni europee, che minacciarono il taglio dei fondi. Il governo fece marcia indietro, ma a Bruxelles sono rimasti più di un dubbio, visto che la nuova legge approvata non ha eliminato del tutto i poteri del Procuratore generale di accedere agli atti investigativi.
Un prestito da 90 miliardi che non arriva e l’ombra del veto ungherese
La visita dei leader europei, guidati dalla presidente della Commissione e dal presidente del Consiglio Ue António Costa, è stata l’occasione per ribadire la vicinanza dell’Europa, ma anche per fare i conti con le crepe interne all’Unione. Il pacchetto di aiuti da 90 miliardi per il biennio 2026-2027, infatti, resta al palo. Il motivo è noto: Viktor Orbán, forte anche del sostegno del premier slovacco Robert Fico, ha messo il veto, e non lo ritirerà finché l’Ucraina non ripristinerà il transito del petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba, interrotto a seguito dei danni riportati durante i combattimenti. Una posizione, quella di Budapest, che Costa non ha esitato a definire “inaccettabile”, assicurando che il prestito verrà erogato “prima o poi” indipendentemente dall’ostruzionismo ungherese. Una promessa importante, ma che al momento si scontra con la realtà delle procedure decisionali europee, che richiedono l’unanimità per certe tipologie di sostegno finanziario.
Mentre i leader parlavano alla stampa, a poca distanza il commissario Ue all’Energia, Dan Jorgensen, annunciava un piano da 920 milioni di euro per riparare e stabilizzare il sistema energetico ucraino in vista del prossimo inverno, oltre a un pacchetto immediato di 100 milioni per generatori e aiuti umanitari. Un intervento necessario, visto che Mosca continua a colpire le infrastrutture critiche, lasciando milioni di civili al freddo. Ma anche in questo caso, la sensazione è che l’Europa stia correndo ai ripari più che prevenire, cercando di tamponare le emergenze senza riuscire a garantire una prospettiva di lungo periodo che non sia legata esclusivamente alla resilienza ucraina.
Mosca ammette: “Non abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi”
Dall’altra parte del fronte, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha rilasciato dichiarazioni che, a ben guardare, suonano come una crepa nella narrazione trionfalista spesso diffusa dalla propaganda russa. Interpellato dai giornalisti, Peskov ha ammesso che “gli obiettivi prefissati non sono ancora stati completati”, riferendosi a quella che Mosca continua a chiamare “operazione militare speciale”. Un’ammissione implicita che la guerra lampo pensata per prendere Kiev in tre giorni — come ricordato dallo stesso Zelensky nel suo intervento in Piazza Maidan — si è trasformata in un conflitto di logoramento costato, secondo le stime della Bbc, oltre 200.000 soldati russi caduti in quattro anni. Numeri, questi, che raccontano di un 2025 particolarmente sanguinoso per le truppe di Mosca, nonostante i lenti ma costanti avanzamenti territoriali registrati nell’est del paese.
Il presidente ucraino, dal canto suo, ha ribadito che Putin non ha vinto e non ha piegato la resistenza di Kiev, lanciando un appello diretto a Donald Trump — oggi di nuovo alla Casa Bianca — affinché visiti l’Ucraina per rendersi conto di persona della situazione. Un invito che suona come un tentativo di tenere vivo l’interesse americano, in un momento in cui Washington appare distante e concentrata su altri dossier internazionali. L’assenza degli Stati Uniti nelle celebrazioni di questo anniversario è stata del resto notata da più osservatori, segno di un possibile cambio di priorità nell’amministrazione repubblicana.
L’incognita dei negoziati e la spaccatura europea
Sul tavolo ci sono anche i colloqui di Ginevra, che procedono a rilento. Il nodo principale, come sempre, resta la questione territoriale: Mosca non intende rinunciare alle annessioni nel Donbass, mentre Kiev, per bocca del suo presidente, esclude qualsiasi cessione formale. Un nuovo round di trattative è atteso nei prossimi giorni, ma l’ottimismo scarseggia. A complicare il quadro, la posizione di Ungheria e Slovacchia non si limita al veto sul prestito: Bratislava ha addirittura sospeso le forniture di elettricità di emergenza all’Ucraina, e Budapest accusa Kiev di interferire nella campagna elettorale ungherese per favorire l’opposizione. Uno stillicidio di tensioni che indebolisce il fronte europeo proprio nel momento in cui servirebbe massima compattezza. E mentre il Regno Unito annuncia nuove sanzioni contro il settore energetico russo e la creazione di un quartier generale per una futura forza multinazionale, l’Unione arranca, divisa tra la necessità di mostrarsi unita e gli interessi nazionali di singoli stati membri.




