Franceschini e la proposta sul cognome materno che divide il Pd

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Dario Franceschini, senatore del Partito Democratico ed ex ministro della Cultura, ha scatenato un dibattito annunciando sui social un disegno di legge che prevede l’attribuzione automatica del cognome materno ai nascituri. L’iniziativa, presentata come un tentativo di correggere quelle che lo stesso Franceschini definisce «ingiustizie secolari» alla base delle disuguaglianze di genere, ha però generato più polemiche che consensi, finendo per frammentare non solo l’opposizione ma anche il suo stesso partito.

Se l’intento era quello di rilanciare il tema dei diritti delle donne, evitando il compromesso del doppio cognome – già previsto dalla legge ma spesso ostacolato da una burocrazia farraginosa –, il risultato è stato invece quello di offrire un facile bersaglio alla propaganda della Lega e dei gruppi cattolici più conservatori, pronti a bollare la proposta come un’inutile provocazione. Ma a sorprendere è stata soprattutto la reazione interna al Pd, dove c’è chi, come Carlo Calenda, ha preso le distanze, mentre il Movimento 5 Stelle l’ha liquidata come una «boutade».

Non manca, ovviamente, chi ironizza sul fatto che, in un Paese dove il calo demografico è ormai un’emergenza, discutere del cognome dei pochi bambini che nascono possa sembrare un lusso. Eppure, al di là delle strumentalizzazioni, la questione sollevata da Franceschini tocca un nervo scoperto: quello di una società in cui la trasmissione del cognome paterno resta la norma, nonostante le riforme degli ultimi anni abbiano cercato di introdurre maggiore parità.

Quello che appare evidente, però, è che la mossa dell’ex ministro, invece di aprire un confronto costruttivo, ha finito per rivelare le divisioni nel centrosinistra, già alle prese con una difficile ricerca di identità. Senza contare che, in un momento in cui l’attenzione politica è concentrata su temi come il carovita e la crisi energetica, una battaglia del genere rischia di essere percepita come distante dalle priorità reali dei cittadini.

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