Le nuove mappe della salute globale: cuore e ictus in vetta, il covid arretra

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Redazione Salute Redazione Salute   -   L'aspettativa di vita globale, dopo il brusco arresto causato dalla pandemia, ha recuperato i livelli pre-crisi, attestandosi su 76,3 anni per le donne e 71,5 per gli uomini: un traguardo che, se paragonato al 1950, segna un incremento di oltre due decadi. Questo dato, se da un lato incoraggia, dall'altro non deve trarre in inganno, poiché nasconde profonde disuguaglianze e nuove, insidiose, minacce per la salute collettiva. A dipingere un quadro così complesso e articolato è il rapporto Global Burden of Disease 2023, lo studio monumentale – il più vasto mai realizzato, con dati raccolti in 204 Paesi – pubblicato su The Lancet e presentato al World Health Summit di Berlino, il quale, analizzando l'evoluzione delle patologie e delle cause di morte nell'ultimo settantennio, registra un calo del tasso di mortalità standardizzato per età pari al 67%.

Il sorpasso delle malattie croniche

La classifica delle principali cause di morte a livello mondiale ha subito una significativa ridistribuzione, che riflette la transizione epidemiologica in atto. Se nel 2021 il COVID-19 rappresentava la prima causa di morte a livello mondiale, un dato che aveva stravolto ogni precedente statistica, nel 2023 il virus è sceso al ventesimo posto. Le malattie ischemiche del cuore e l'ictus sono così tornate a occupare i primi posti, un primato che conferma il peso crescente delle patologie croniche non trasmissibili, le quali, complice anche l'invecchiamento generale della popolazione, richiedono strategie sanitarie di lungo periodo. Questo riassestamento, per quanto atteso, delinea uno scenario in cui le infezioni acute cedono il passo a disturbi di natura degenerativa, ponendo sfide di gestione completamente diverse ai sistemi sanitari nazionali.

L'altra faccia della longevità

Mentre il pianeta festeggia una longevità record, si registra un preoccupante incremento della mortalità tra gli adolescenti e i giovani adulti, un paradosso che getta un'ombra sui progressi complessivi. Il numero di ragazzi che non arrivano a compiere quarant'anni è in crescita, un fenomeno che segnala come i benefici della medicina moderna non siano distribuiti in modo uniforme across tutte le fasce d'età. A pesare su questa tendenza, che interrompe un trend storico positivo, contribuiscono fattori di natura sociale e comportamentale, i quali stanno diventando sempre più rilevanti nel determinare l'esito delle vite più giovani, indicando la necessità di interventi mirati e specifici.

Il peso invisibile del disagio mentale

La ricerca non si limita a fotografare la mortalità, ma analizza anche il carico globale della malattia, un indice che combina anni di vita persi per morte prematura con anni vissuti in condizioni di disabilità. È in quest'ambito che emergono con forza i disturbi mentali, con l'ansia e la depressione che continuano a crescere in prevalenza, specialmente tra i più giovani. Questo aspetto, spesso sottovalutato perché non direttamente letale, incide profondamente sulla qualità della vita e rappresenta una sfida sanitaria di prim'ordine, dimostrando come la salute non sia semplicemente assenza di morte, ma un benessere più ampio e complesso. L'umanità, in definitiva, vive più a lungo, ma non necessariamente più in salute, e certamente non in modo equo.

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