Trump, attacco frontale a Starmer e alla Spagna: “Non sono contento di Londra, non è Churchill. Con Madrid taglio tutti gli accordi commerciali”
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Redazione Esteri
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Il disappunto del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nei confronti degli alleati europei si è trasformato in un vero e proprio attacco frontale nel corso dell’incontro alla Casa Bianca con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Al centro del contendere, la gestione dell’operazione militare congiunta israelo-americana contro l’Iran e il sostegno, giudicato dalla Casa Bianca quanto meno tiepido, ricevuto da due storici partner della NATO. Trump ha speso parole di fuoco sia per il premier britannico Keir Starmer, sia per il governo spagnolo, arrivando a minacciare ritorsioni economiche senza precedenti.
Il caso Diego García e il paragone con Churchill
Il malumore di Trump nei confronti del Regno Unito affonda le radici in una serie di intoppi procedurali e strategici che, secondo la narrazione della presidenza americana, avrebbero rallentato le operazioni militari. Il nodo cruciale è rappresentato dall’utilizzo della base militare britannica sull’isola di Diego García, nell’arcipelago delle Chagos. Londra, infatti, ha inizialmente opposto un netto rifiuto all’impiego della struttura per i raid contro l’Iran, salvo poi autorizzarne un uso limitato a scopi esclusivamente difensivi, una decisione che è arrivata, ha sottolineato Trump, dopo un ritardo di “tre, quattro giorni” che ha costretto i velivoli statunitensi a percorsi più lunghi e complessi. “Non sono contento del Regno Unito”, ha tuonato il presidente dal suo studio ovale, lasciando trasparire un fastidio che va oltre il singolo episodio. A rendere l’idea dello strappo, la durissima uscita di Trump: “Non stiamo parlando di Winston Churchill”, ha detto, quasi a voler ridimensionare il ruolo di Starmer sul palcoscenico internazionale, paragonandolo implicitamente – per difetto – al celebre statista che guidò la Gran Bretagna durante la seconda guerra mondiale. Una frecciata, questa, che arriva dopo che lo stesso Starmer aveva difeso la propria linea in Parlamento, ribadendo come il suo governo “non creda in un cambio di regime portato dal cielo” e come fosse suo dovere agire nel superiore interesse nazionale britannico, anche autorizzando l’uso delle basi di Cipro e della stessa Diego García solo per operazioni difensive.
La minaccia a Madrid: “Tagliamo tutti gli accordi commerciali”
Se con Londra il tono è stato quello di una delusione quasi personale, con la Spagna la strategia di Trump si è fatta immediatamente più minacciosa e concreta. Durante il medesimo incontro con Merz, il presidente americano ha annunciato di aver già impartito disposizioni al segretario al Tesoro, Scott Bessent, affinché proceda a “tagliare tutti gli accordi” con Madrid. Una mossa drastica, motivata da una duplice inadempienza agli occhi della Casa Bianca. Da un lato, la decisione del governo di Pedro Sánchez di negare agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi militari di Rota e Morón, formalmente basi di uso congiunto ma sotto sovranità spagnola, per le operazioni belliche contro l’Iran. Il ministro degli Esteri iberico, José Manuel Albares, è stato categorico nel ribadire che quelle strutture non sarebbero state impiegate per azioni al di fuori del trattato NATO o non coperte dalla Carta dell’ONU. Dall’altro, la storica frizione con la Spagna in merito agli impegni di spesa per la difesa all’interno dell’Alleanza Atlantica. Trump non ha dimenticato e non perdona a Madrid di essere stata, a suo dire, l’unico paese a opporsi all’obiettivo di innalzare le spese militari al 5% del PIL, restando ancorata a parametri inferiori. “La Spagna non ha assolutamente nulla di cui abbiamo bisogno, a parte grandi persone”, ha commentato il presidente, liquidando con disprezzo la leadership di Sánchez e minacciando un embargo che, seppur di complessa attuazione tecnica visti i vincoli con l’Unione Europea, suona come un campanello d’allarme per le relazioni transatlantiche.
Merz nel mezzo e il sostegno tedesco
Nel pieno di questa bufera diplomatica, la visita del cancelliere tedesco Friedrich Merz alla Casa Bianca ha assunto i contorni di un vero e proprio banco di prova. Incontro, quello con Trump, che era stato pianificato da tempo ma che la crisi in Medio Oriente ha trasformato in un vertice improvvisato sulla coesione dell’alleanza occidentale. Merz, forte di una relazione personale consolidata con il presidente americano – con cui intrattiene frequenti scambi di messaggi – si è trovato nella posizione di dover navigare tra la solidarietà all’alleato storico e la necessità di mantenere un fronte europeo unito, seppur nelle sue diversità. Il cancelliere, pur non entrando nel merito delle critiche a Londra e Madrid, ha offerto a Trump un sostegno di massima, dichiarando che la Germania è al fianco di Stati Uniti e Israele per contrastare quello che ha definito un “terribile regime terroristico” in Iran. Una posizione che stride con le chiusure di spagnoli e britannici, ma che nel contempo evidenzia la spaccatura interna all’Europa su come rispondere all’escalation voluta da Washington. Trump, dal canto suo, non ha mancato di sottolineare come la Francia sia “stata grande” e come, implicitamente, la Germania di Merz si stia dimostrando un interlocutore ben più affidabile di altri, in questa fase così delicata per gli equilibri globali.
Le conseguenze sullo “special relationship”
Quanto accaduto nello Studio Ovale rimette in discussione la cosiddetta “relazione speciale” tra Stati Uniti e Gran Bretagna, un legame che aveva retto a decenni di crisi e cambiamenti di governo. Le parole di Trump, che ha definito “sciocco” l’atteggiamento di Londra sulla cessione delle isole Chagos a Mauritius – territorio dove insiste proprio la contestata base di Diego García – e che ha bollato come inaccettabile la lentezza burocratica nell’autorizzare l’uso delle basi, segnano un punto di svolta. Un funzionario del Foreign Office ha provato a gettare acqua sul fuoco, parlando di rapporti “solidi e duraturi” -1, ma la realtà che emerge dalle dichiarazioni del presidente americano è quella di un legame logorato, in cui la Casa Bianca non esita a criticare pubblicamente e aspramente un alleato di una vita, paragonando il suo premier a una figura storica così ingombrante proprio per sottolinearne l’inadeguatezza del momento. Starmer, ex procuratore capo abituato a muoversi nel perimetro stretto della legalità, si trova ora a dover gestire una crisi diplomatica in piena regola, stretto tra la richiesta di interventismo militare da parte di Washington e le sue stesse convinzioni, che gli impongono di agire solo con un piano “ponderato” e una solida base giuridica.




