Le "forze popolari" di Gaza: il piano di Netanyahu tra milizie, jihad e contrabbando
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Redazione Esteri
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Nella Striscia di Gaza, dove il conflitto si intreccia con gli equilibri del potere locale, Israele ha scelto una strategia che ripropone dinamiche già viste: finanziare gruppi antagonisti per indebolire chi, in quel momento, rappresenta la minaccia più immediata. Se in passato il governo di Benjamin Netanyahu ha sostenuto indirettamente Hamas per contrastare l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) di Mahmoud Abbas, oggi l’obiettivo è opposto: creare milizie anti-Hamas, affidandosi a figure ai margini della legalità.
Tra queste spicca Yasser Abu Shabab, un criminale beduino noto per il contrabbando e il controllo dei traffici illegali lungo il confine con l’Egitto. La sua base operativa è Rafah, città strategica non solo per il valico che la collega al mondo arabo, ma anche per le centinaia di tunnel utilizzati per il commercio clandestino di armi e beni di prima necessità. Proprio qui, nel 2009, il gruppo jihadista Jund Ansar Allah aveva tentato di proclamare un "Emirato islamico", accusando Hamas di essere troppo moderato. Ora, Abu Shabab – un tempo dedito alla rapina e al mercato nero – è stato armato dall’esercito israeliano per distribuire aiuti umanitari nelle zone sotto controllo militare, ma anche per erodere il consenso di Hamas.
Non è la prima volta che lo Stato ebraico si affida a clan locali per destabilizzare gli avversari. Quello che oggi viene presentato come un esperimento di "forze popolari" ricorda da vicino le alleanze tattiche con gruppi salafiti, considerati utili nel contrasto ai Fratelli Musulmani. La logica è sempre la stessa: frammentare il fronte nemico, anche a costo di alimentare rivalità pericolose.




