La dottrina che cambia nel Golfo: meno cannoni, più criptovalute congelate

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non si direbbe certo una guerra classica, quella che da settimane tiene il Golfo in uno stato di fibrillazione costante, eppure – a ben guardare le mosse di Washington e Teheran – si sta scrivendo un nuovo capitolo della strategia militare americana, meno incline ai combattimenti aperti e più orientata a quella che potremmo definire una gara di logoramento asimmetrico. Mentre le tregue si prolungano oltre ogni previsione e i negoziati (si dice che la delegazione americana sia già in viaggio verso Islamabad) dovrebbero ricominciare a breve nella capitale pakistana, gli Stati Uniti hanno deciso di rovesciare contro il regime iraniano le sue stesse tattiche, quelle dello strangolamento economico. La crisi, insomma, è entrata in una fase diversa: non più solo cannonate o minacce di intervento diretto, quanto piuttosto uno scontro geoeconomico in cui vince chi resiste più a lungo allo sfinimento.

Il blocco navale e le immagini della USS Rafael Peralta

Il Comando Centrale degli Stati Uniti (Central Command) ha diffuso venerdì 24 aprile un'immagine che, a suo dire, ritrae la USS Rafael Peralta intenta ad applicare il blocco navale nei porti iraniani; nella foto – sostiene la stessa fonte – si vedrebbe una nave bloccata mentre cercava di raggiungere un approdo sotto controllo di Teheran. L’identificazione del cacciatorpediniere lanciamissili (DDG 115) è stata possibile grazie alla configurazione del ponte, all’albero e alla sovrastruttura dell’imbarcazione, elementi che corrispondevano ad alcune immagini d’archivio verificate da Reuters. Non si tratta dunque di una semplice dimostrazione di forza, ma di un'attività sistematica di interdizione, sebbene il Pentagono eviti accuratamente di definirla "guerra aperta".

La stretta sulle criptovalute: 344 milioni congelati

Proprio mentre la tensione cresceva nello Stretto di Hormuz, il governo americano ha messo a segno un colpo che nessuna nave da battaglia avrebbe potuto realizzare: il congelamento di 344 milioni di dollari in criptovalute, somme detenute “su diversi portafogli collegati all’Iran”. L’annuncio è arrivato via X dal segretario al Tesoro Scott Bessent, il quale ha assicurato che Washington sta monitorando ogni flusso finanziario – “il denaro che Teheran cerca disperatamente di far uscire dal Paese” – e che l’obiettivo sono tutte le linee di finanziamento riconducibili al regime. Una mossa che trasforma la guerra economica in un’arma precisa, quasi chirurgica, e che per molti versi ricorda le tattiche usate proprio dall’Iran per aggirare le sanzioni negli ultimi decenni.

La prova di forza iraniana nel pieno dello Stretto

Teheran, dal canto suo, non sta certo a guardare. La televisione di Stato iraniana ha trasmesso le immagini di due navi portacontainer sequestrate, ancorate nei pressi dello Stretto di Hormuz, una sequenza che rappresenta una chiara prova di forza: il regime intende ribadire il controllo su uno dei corridoi marittimi più strategici al mondo. Il reportage della IRIB ha mostrato la MSC Francesca e la Epaminondas, i due mercantili intercettati mercoledì 22 aprile dal delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Nessuna dichiarazione ufficiale su eventuali violazioni, ma la tempistica – a ridosso dell’annuncio del blocco navale americano – appare tutt’altro che casuale. La partita, ormai, si gioca su più tavoli: militare, economico, mediatico. E in nessuno di essi, per ora, qualcuno sembra voler cedere.

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