Il giorno dei negoziati, la minaccia di Khamenei: «Anche le portaerei si possono affondare»
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Redazione Esteri
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Nel momento esatto in cui i delegati di Teheran e Washington siedono al tavolo negoziale di Ginevra, mediati dall’Oman per il secondo round di colloqui sul programma nucleare, la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, lancia un messaggio che suona come una dichiarazione di guerra verbale, o forse come un avvertimento calcolato per alzare la posta in gioco. “Una nave da guerra – ha detto Khamenei in un discorso trasmesso dalla televisione di Stato – è un mezzo pericoloso, ma ancora più pericolosa è un’arma capace di mandare quella nave da guerra in fondo al mare”. Parole pronunciate mentre la portaerei USS Gerald R. Ford, la più grande e potente del mondo, dotata di reattori nucleari e di caccia bombardieri a bordo, ha lasciato le acque venezuelane e sta facendo rotta verso il Medio Oriente, andando a rafforzare il dispiegamento militare statunitense nella regione, dove è già presente la USS Abraham Lincoln con la sua flotta di cacciatorpediniere. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, aveva anticipato nei giorni scorsi lo spostamento dell’imbarcazione: “Se non faremo un accordo – aveva detto – ne avremo bisogno”. Ed è in questo clima di tensione palpabile, con le acque del Golfo che tornano a essere un barile di polvere da sparo, che i diplomatici provano a discutere di uranio e sanzioni.
La sfida nello Stretto di Hormuz e il video dei Pasdaran
A rendere ancora più esplicito il monito della leadership religiosa, ci hanno pensato i Guardiani della Rivoluzione, che hanno diffuso le immagini di un’esercitazione militare condotta proprio nello Stretto di Hormuz, il passaggio strategico attraverso cui transita circa il 20% della produzione mondiale di petrolio. L’operazione, ribattezzata “Controllo Intelligente dello Stretto di Hormuz”, ha visto la marina delle Guardie Rivoluzionarie testare la prontezza delle proprie forze di fronte a quelle che l’agenzia di stampa Tasnim ha definito “possibili minacce alla sicurezza e militari”. Un modo per ribadire, qualora ce ne fosse bisogno, che l’Iran considera vitale il controllo di quella via d’acqua e che è disposto a difenderla, o a bloccarla in caso di conflitto, con ogni mezzo a disposizione. Il comandante delle forze navali dei pasdaran ha parlato dello stretto come di una “fortezza invincibile” e di un “onore nazionale”, sottolineando che l’intelligence sorveglia l’area ventiquattr’ore su ventiquattro per garantire il passaggio sicuro solo ai Paesi non ostili. Un messaggio chiaro agli Stati Uniti e ai loro alleati del Golfo, che guardano con crescente apprensione a questa escalation retorica e militare che accompagna, e di fatto condiziona, il destino dei negoziati.
Le voci di dissenso interno e l’irruzione nel villaggio di Chenar
Mentre il mondo guarda a Ginevra e alle acque dello Stretto di Hormuz, all’interno dei confini iraniani il malcontento popolare continua a covare sotto la cenere, alimentato da una crisi economica devastante e da una repressione che non accenna a diminuire. Fonti vicine all’opposizione, raccolte da Iran International, hanno riferito di un’operazione delle forze di sicurezza nel villaggio di Chenar, nella contea di Asadabad, provincia di Hamedan. Decine di autoblindo e diversi furgoni hanno circondato l’abitato nelle prime ore del mattino, procedendo all’arresto di centinaia di residenti, alcuni dei quali sarebbero stati malmenati durante la retata. I detenuti, secondo quanto si apprende, sarebbero stati sfilati per le vie della città su veicoli dotati di gabbie, prima di essere trasferiti alla stazione di polizia locale. Un gesto di forza che sembra mirato a punire una comunità ritenuta particolarmente attiva durante le proteste nazionali di dicembre e gennaio: pare proprio che a Chenar sia stato scandito per la prima volta lo slogan “Khamenei assassino – sogni” e che alcuni manifestanti uccisi siano stati sepolti senza il rituale lavacro islamico, segno di una rottura non solo politica ma anche culturale con il regime.
La commemorazione ad Abdanan e le crepe nel consenso
A ulteriore dimostrazione di un tessuto sociale sempre più lacerato, nella serata di ieri gli abitanti di Abdanan, nella provincia occidentale di Ilam, sono scesi in strada per le commemorazioni del quarantesimo giorno dalla morte di alcuni manifestanti rimasti uccisi, tra cui Alireza Seidi e Yasin Elahi. In quella circostanza, la folla ha scandito apertamente “Morte a Khamenei”, un grido che solo pochi anni fa era impensabile sentire in pubblico e che oggi, invece, sembra diventato il collante di una protesta silenziosa ma tenace. Il regime, da parte sua, risponde con il pugno di ferro: le scuole restano chiuse in molte città curde, le restrizioni alla circolazione si fanno più severe e le esecuzioni, secondo i rapporti delle organizzazioni per i diritti umani, proseguono a ritmo serrato. È in questo quadro complesso, fatto di minacce esterne e crepe interne, che si inserisce la partita diplomatica di Ginevra. Una partita nella quale Teheran, forte della sua posizione geostrategica e della capacità di influenzare il mercato energetico globale, cerca di strappare la cancellazione delle sanzioni senza cedere un millimetro sulle proprie ambizioni nucleari, mentre Washington osserva, muove le sue flotte e valuta se la via del dialogo possa portare a risultati concreti o se, come temono molti analisti, sia solo una pausa prima di un nuovo, pericoloso capitolo di tensione.




