Khamenei tra la minaccia israeliana e la possibile fuga a Mosca

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Ali Khamenei, la Guida suprema dell’Iran, si trova oggi di fronte a un bivio che ricorda quello di altri dittatori caduti in disgrazia: la resistenza fino all’ultimo, con il rischio di finire come Saddam Hussein, processato e giustiziato, o come Gheddafi, linciato dai ribelli, oppure la fuga verso un alleato disposto a offrirgli protezione. Mosca, dove già hanno trovato rifugio altri due uomini forti sostenuti da Vladimir Putin – l’ex presidente ucraino Viktor Yanukovich e il siriano Bashar al-Assad – sembra essere l’opzione più probabile.

Fonti vicine al regime iraniano riferiscono che Ali Asghar Hejazi, vice capo di Gabinetto di Khamenei, avrebbe avviato contatti con diplomatici russi per garantire un corridoio di sicurezza al leader e alla sua famiglia nel caso in cui la pressione militare israeliana diventasse insostenibile. La situazione, già critica dopo cinque giorni di bombardamenti, si è ulteriormente aggravata con l’ultima dichiarazione di Benjamin Netanyahu, che alla Abc non ha escluso l’eliminazione fisica di Khamenei, definendola una mossa in grado di porre fine al conflitto.

Intanto, mentre i raid israeliani continuano a colpire obiettivi strategici – tra cui la televisione di Stato iraniana – Teheran ha lanciato una nuova ondata di missili, senza però causare vittime. Le sirene hanno suonato, ma i proiettili sono caduti in zone disabitate, secondo quanto riferito dall’esercito israeliano. La disparità di forze è evidente, e gli ayatollah, consapevoli di non poter reggere a lungo lo scontro diretto, avrebbero chiesto a Qatar, Arabia Saudita e Oman di mediare con Donald Trump per ottenere un cessate il fuoco.

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