Trump alza il tiro su Hormuz mentre la tregua regge; la Camera approva il dl sicurezza e giallo Garlasco verso la chiusura
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Redazione Esteri
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La finestra diplomatica, spalancata nelle ultime settimane tra Stati Uniti e Iran per tentare di arginare un conflitto che tiene in scacco il Medio Oriente, non ha ancora prodotto l’intesa sperata, e il presidente Trump – ormai stabilmente insediato alla Casa Bianca da oltre un anno – ha deciso di ricorrere alla strategia della tensione controllata per fiaccare la resistenza di Teheran. Da una parte, infatti, la tregua regge ancora sulla carta, evitando un’escalation immediata che avrebbe conseguenze devastanti per le rotte energetiche globali; dall’altra, però, lo Stretto di Hormuz, quel cruciale corridoio marittimo da cui transita una fetta preponderante del petrolio mondiale, resta blindato, trasformandosi di fatto nella leva principale della pressione americana. La televisione di Stato iraniana ha recentemente trasmesso immagini eloquenti – seppur non particolarmente cruente – di due navi portacontainer, la MSC Francesca e la Epaminondas, ancorate in posizione di forza sotto sequestro da parte del delle Guardie della Rivoluzione Islamica, un gesto che Teheran non ha certo lasciato passare inosservato e che rappresenta una chiara prova di forza, finalizzata a ribadire il proprio controllo sul territorio.
Secondo quanto riportato dal Tgcom24 nell’edizione delle 14.00, Trump avrebbe dichiarato senza troppi giri di parole che, se l’intesa dovesse definitivamente saltare, gli Stati Uniti non esiterebbero a colpire direttamente le infrastrutture o le imbarcazioni nemiche presenti nell’area di Hormuz; e non si tratta, in questo caso, di una semplice minaccia retorica. Fonti del Pentagono, come rivelato anche dal New York Times nel dettaglio, hanno fatto sapere che l’amministrazione si sta preparando a una possibile ripresa della guerra – o almeno a una sua recrudescenza – tanto che i vertici militari hanno ordinato di bruciare in fretta e furia le scorte di missili e armi pesanti, per evitare che eventuali raid a sorpresa colgano impreparate le basi americane nella regione. La stessa fuga di notizie sui futuri target (tra i quali figurerebbero obiettivi legati proprio allo Stretto di Hormuz) è orchestrata come forma di pressione psicologica sull’asse iraniano, replicando quel modello già sperimentato in Venezuela dove la combinazione di sanzioni e minacce militari aveva portato a un progressivo isolamento del regime. La strategia, insomma, punta a logorare la controparte, lasciando aperta la porta negoziale ma tenendo il dito sul grilletto, mentre Trump, rivendicando il ‘controllo totale’ delle acque, avrebbe ordinato alla marina di neutralizzare qualsiasi imbarcazione sospettata di posare mine.
La tensione diplomatica si allarga alla Nato e all’energia europea
Mentre il braccio di ferro infiamma il Golfo Persico, gli strascichi della politica estera americana iniziano a farsi sentire anche all’interno del Patto Atlantico, con gli Stati Uniti che avrebbero minacciato di sospendere la Spagna dall’Alleanza. Una mossa, quella della Casa Bianca, che suona più come un avvertimento ai partner europei “ribelli” – rei, agli occhi di Washington, di non aver sostenuto a dovere le operazioni belliche contro l’Iran – che come una reale volontà di espulsione; resta comunque il fatto che la diplomazia iberica è stata messa all’angolo, segno evidente di come l’amministrazione Trump pretenda una fedeltà assoluta dai propri alleati, pena ripercussioni sul piano politico o militare. Parallelamente, sul fronte interno dell’Unione Europea, la premier Giorgia Meloni ha alzato la voce chiedendo a gran voce più coraggio sulle politiche energetiche: di fronte a un caro bollette che non accenna a placarsi, la leader italiana ha invitato Bruxelles a derogare alle rigide regole fiscali, sostenendo che serva la stessa flessibilità concessa in passato per le spese di difesa, quasi a voler ribadire che la sicurezza economica delle nazioni vale almeno quanto quella militare. Anche in quest’ottica, la richiesta di Meloni – che non a caso è stata accompagnata da un acceso dibattito in sede europea – mira a ottenere uno scostamento di bilancio che consenta ai singoli Stati di intervenire senza il timore di incorrere in procedure d’infrazione, una sfida che la presidente del Consiglio ha lanciato con decisione, consapevole delle frizioni che questa posizione potrebbe generare con i partner più rigoristi del Nord Europa.
Garlasco, l’ombra di una svolta e la politica interna che stringe i tempi
Tornando all’agenda domestica, una notizia destinata a tenere banco per mesi è quella relativa al cold case di Garlasco: la Procura di Pavia si appresta infatti a chiudere le indagini che hanno riaperto il vaso di Pandora sull’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto ormai quasi due decenni fa. Dopo le recenti riaperture e i nuovi accertamenti tecnici, il sostituto procuratore avrebbe focalizzato l’attenzione sulla figura di Andrea Sempio, l’amico della vittima che ai tempi aveva appena diciannove anni, e il cui profilo genetico era già emerso in passato come elemento di interesse. Secondo le prime bozze della relazione finale, sembra che non siano stati trovati elementi sufficienti per riconfermare la presenza sulla scena del crimine di Alberto Stasi, l’ex fidanzato condannato in via definitiva; un dettaglio, questo, che non implica automaticamente la sua estraneità ai fatti, ma che certamente alimenta i dubbi sulla ricostruzione processuale che lo ha portato dietro le sbarre. L’attesa, a questo punto, è spasmodica: da più parti si attende il deposito ufficiale della documentazione, dopo il quale la difesa avrà la possibilità di accedere agli atti e, eventualmente, chiedere la revisione del processo. La delicatezza della vicenda è tale che gli stessi inquirenti stanno procedendo con il massimo riserbo, mentre i legali delle parti si preparano a una nuova, estenuante battaglia giudiziaria che potrebbe sconvolgere una verità giudiziaria data per assodata.
Calcio e ordine pubblico: Ranieri lascia la Roma, passa il dl sicurezza
Non solo politica estera e cronaca nera, però, perché l’edizione odierna del telegiornale ha registrato anche due sviluppi significativi nel panorama sportivo e legislativo. Sul fronte calcistico, è arrivata l’ufficialità dell’addio di Claudio Ranieri alla Roma: la decisione, maturata negli ultimi giorni e comunicata direttamente dal club giallorosso, sancisce la fine del rapporto con l’esperto tecnico romano, che lascia la panchina in un momento di transizione per la squadra capitolina. Le motivazioni, seppur non dettagliate nei comunicati ufficiali (che si sono limitati a ringraziare il mister per il lavoro svolto), sarebbero da ricercare in divergenze strategiche con la proprietà e nella volontà di dare una svolta immediata al progetto tecnico; e proprio mentre Ranieri prepara le valigie, stasera tornerà in campo la Serie A con il consueto turno infrasettimanale, chiamata a distrarre i tifosi dalle polemiche del caso. Intanto, nell’aula di Montecitorio, la maggioranza ha fatto quadrato facendo approvare definitivamente il decreto legge sulla sicurezza, un provvedimento che introduce norme più stringenti in materia di ordine pubblico, immigrazione e contrasto alla criminalità diffusa. Il testo, già licenziato dal Senato, ha raccolto un numero consistente di voti favorevoli, dimostrando la tenuta del governo nonostante le fibrillazioni interne degli ultimi giorni; si tratta di una misura che, nelle intenzioni dell’esecutivo, dovrebbe rafforzare il senso di protezione nei quartieri più difficili e velocizzare le procedure di espulsione per i clandestini, anche se le opposizioni hanno già annunciato battaglia, definendo il provvedimento troppo duro e lesivo dei diritti fondamentali.
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