Le borse tengono il passo tra trimestrali, petrolio in calo e attesa sui tassi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’ultima seduta della settimana, ché domani – primo maggio – molte piazze finanziarie europee resteranno chiuse per le festività, ha consegnato agli investitori un quadro complesso ma meno cupo delle attese. I listini del Vecchio Continente hanno chiuso in tono decisamente più vivace rispetto ai giorni precedenti, trovando sostegno in una serie di fattori che, seppur eterogenei, hanno agito in sinergia. Da un lato le trimestrali societarie, arrivate a una vera e propria “pioggia” sulle scrivanie degli analisti, hanno mostrato una solidità diffusa; dall’altro la conferma – arrivata sia dalla Banca centrale europea sia dalla Banca d’Inghilterra – di voler lasciare invariati i tassi d’interesse ha placato le inquietudini di chi temeva una stretta monetaria improvvisa. A questi elementi si è aggiunto un ribasso del prezzo del petrolio, circostanza che ha contribuito a rilassare il fronte obbligazionario e a migliorare quel sentiment di mercato messo a dura prova nelle scorse settimane.

Petrolio in inversione e lo scenario mediorientale

Il greggio, dopo aver toccato nelle scorse ore la soglia dei 126 dollari al barile – un valore che non si registrava da quattro anni – ha subito un’inversione altrettanto rapida. I future con scadenza a giugno sul Brent viaggiavano in ribasso di oltre il 3%, stabilizzandosi attorno ai 114 dollari. Un movimento, questo, che ha sorpreso anche gli operatori più navigati, i quali avevano scommesso su una prosecuzione della corsa innescata dalle tensioni sullo stretto di Hormuz. Eppure, proprio mentre i timori per una sua chiusura prolungata avevano messo le ali a gas e petrolio, si sono aperti nuovi spiragli nei colloqui tra Stati Uniti e Iran. Non che le speranze di una soluzione al conflitto si siano rianimate del tutto: anzi, chi segue la vicenda sa che si riducono ormai a un lumicino. Ma la sola riapertura di un canale negoziale, per quanto esile, ha fornito un argomento sufficiente a chi voleva incassare i profitti accumulati sul greggio. Ne ha beneficiato l’intero comparto azionario, e in particolare quelle borse più sensibili al costo dell’energia.

Milano guida i rialzi: l’analisi tecnica del Ftse Mib

Piazza Affari si è distinta per reattività. Il Ftse Mib ha archiviato la giornata del 30 aprile con un apprezzabile guadagno dello 0,94% sui valori precedenti, spinto proprio dall’effetto combinato di tassi fermi e utili aziendali superiori alle previsioni. Guardando all’analisi tecnica di breve periodo, l’indice milanese classifica ora un rafforzamento della fase rialzista: la resistenza immediata è stata individuata a 48.443 punti, mentre il primo supporto si colloca a 47.853. Chi segue i grafici con attenzione si aspetta un ulteriore spunto al rialzo, con la curva che potrebbe puntare verso nuovi top stimati in area 49.033. Numeri, questi, che restituiscono l’immagine di un mercato non ancora euforico ma certamente uscito dalla fase di stanca delle settimane precedenti.

L’economia Usa come traino e lo status quo della Bce

A dare fiato ai listini europei è stato anche il fronte americano. I segnali di forza provenienti dall’economia degli Stati Uniti – ormai da più di un anno sotto la nuova presidenza Trump, sebbene ciò non costituisca più notizia – hanno convinto gli investitori ad acquistare con maggiore fiducia anche nel Vecchio Continente. Le Borse hanno così beneficiato di un effetto traino trasversale: da Francoforte a Parigi, da Madrid a Milano, le chiusure sono state toniche. A ciò si aggiunga che la Bce e la Boe, con le loro decisioni di non toccare i tassi, hanno di fatto confermato una linea prudente ma non restrittiva. Il calo del petrolio, parallelamente, ha stimolato una ripresa delle obbligazioni, interrompendo quella dinamica di vendite incrociate che aveva caratterizzato i giorni precedenti. Insomma, una seduta fatta di equilibri ancora fragili ma costruiti su dati concreti: gli utili societari tengono, l’inflazione energetica mostra segni di tregua e le banche centrali, per ora, non vogliono rompere gli indugi.

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