Export italiano, Confindustria: nel 2025 cresce del 3,3% ma la performance è concentrata in pochi mercati e settori
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Redazione Economia
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L'export italiano ha chiuso il 2025 con una crescita del 3,3%, un risultato che secondo il Centro Studi di Confindustria segnala una significativa capacità di tenuta del Made in Italy in un contesto internazionale segnato da dazi, tensioni geopolitiche e profonde trasformazioni nelle catene del valore globali.
Il rapporto "Export italiano tra fratture e nuove rotte", presentato mercoledì 16 settembre nella sede dell'associazione a Roma, fotografa però una performance tutt'altro che diffusa: l'incremento è stato sostenuto soprattutto da pochi mercati e comparti, con gli Stati Uniti che hanno fornito il maggiore contributo per mercato e la farmaceutica che si è confermata il primo settore per apporto alla crescita.
Il commercio mondiale cambia geografia, l'Asia traina la crescita
Il quadro globale delineato dagli economisti di viale dell'Astronomia mostra un commercio mondiale che continua a crescere nonostante guerre, dazi e fratture geopolitiche, ma che sta cambiando profondamente assetto. Nel 2025 il valore dei beni scambiati nel mondo ha raggiunto un nuovo record, oltre 26 mila miliardi di dollari, pari al 22,4% del Pil globale. Nei primi sei mesi del 2026, il 90% della crescita dell'export mondiale è stato generato dall'Asia, mentre il contributo dell'Europa è risultato sostanzialmente nullo.
Il baricentro della crescita si sposta progressivamente verso India, Asean, America Latina e, in prospettiva, Africa subsahariana, mentre gli Stati Uniti continuano a rappresentare il principale motore della domanda e delle importazioni e la Cina quello della produzione e dell'export.
Dazi USA, l'effetto sull'export italiano
Uno dei principali fattori di incertezza è rappresentato dallo shock tariffario statunitense. Secondo il rapporto, dato l'aumento dei dazi effettivamente sopportato dall'Italia, passato dal 2,3% del 2024 a circa l'11% dopo l'accordo dell'estate 2025, si stima un calo del valore delle vendite di prodotti italiani negli Stati Uniti pressoché nullo nel primo mese, intorno al 2% dopo due-tre mesi, e fino a un massimo del 9% dopo nove mesi. I prodotti italiani mostrano quindi una relativa resilienza nella fase iniziale, ma l'effetto tende ad ampliarsi nel medio periodo.
Il Centro Studi avverte che il vero rischio, nel medio-lungo periodo, è la perdita di importanti attività manifatturiere, qualora diventi più conveniente trasferire negli Stati Uniti parte delle filiere produttive, soprattutto nelle fasi più a valle.
A sostenere gli scambi oltreoceano è soprattutto il comparto farmaceutico, rimasto in larga misura al riparo dagli incrementi tariffari, mentre molti comparti manifatturieri hanno subito perdite pesanti delle vendite negli Usa nella prima parte del 2026: autoveicoli, metalli di base, mobili, computer e prodotti di elettronica, bevande, prodotti chimici.
La Cina e il nodo della dipendenza tecnologica
Sul fronte delle importazioni, aumenta rapidamente il ruolo della Cina, soprattutto nei settori ad alto valore aggiunto. Tra il 2019 e il 2025, la quota cinese sulle importazioni italiane di prodotti tecnologicamente avanzati è più che raddoppiata, passando dal 14,2% al 34,8%. Emma Marcegaglia, ex presidente di Confindustria, intervenendo alla presentazione del rapporto, ha chiesto un approccio più deciso nei confronti di Pechino: "Il rapporto con la Cina va gestito.
Ci sono degli strumenti, usiamoli, usiamoli anche con forza, anche strumenti pesanti, per non avere una unfair competition che distrugge la nostra industria". L'imprenditrice dell'acciaio ha sottolineato che l'Europa non può consentire che le imprese cinesi si stabiliscano nel continente quasi liberamente, portando knowhow e forniture realizzate in Cina a prezzi più bassi, spiazzando le imprese europee. "Qualche argine va messo, quanto meno prevedendo la reciprocità rispetto agli investimenti che gli europei hanno fatto in Cina".
Marcegaglia ha però anche riconosciuto che le forniture cinesi per l'industria italiana sono oggi in larga parte non sostituibili e che, anche dove lo sono, danno maggiore competitività alle produzioni italiane. "Scontrarsi non aiuta mai", ha affermato, auspicando un accordo non solo commerciale ma anche produttivo con la Cina che preveda protezione di alcuni prodotti europei e investimenti cinesi in Europa con vincoli simili a quelli posti agli investimenti europei in Cina.
Nuove rotte commerciali e la spinta alla diversificazione
Parallelamente agli effetti dei dazi, il rapporto mette in evidenza le nuove opportunità legate alla politica commerciale dell'Unione europea. Confindustria richiama gli accordi con il Mercosur e con l'India, ricordando che l'Italia è stata nei giorni scorsi il primo Paese a portare le imprese in missione in Argentina e Brasile. Anche la rotta verso i Paesi del Golfo sta diventando sempre più importante per il Made in Italy.
Barbara Cimmino, vicepresidente di Confindustria per l'Export e l'Attrazione degli Investimenti, ha sottolineato che "i dazi rendono ancora più urgente allargare la geografia dell'export italiano. La competitività delle nostre imprese non può dipendere dalla capacità di pochi settori di compensare gli effetti negativi di una maggiore chiusura dei mercati. Dobbiamo rafforzare la presenza italiana dove la domanda sta crescendo e accompagnare le imprese, soprattutto quelle di minori dimensioni, nell'apertura di nuove rotte commerciali.
Diversificare non significa abbandonare i mercati tradizionali, ma ridurre la concentrazione del rischio e costruire una presenza più forte nei mercati che avranno un ruolo crescente nell'economia mondiale".
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