La sfida dei dazi: l’allarme del Pd e di Confindustria sull’export italiano

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Redazione Interno Redazione Interno   -   "Un disastro annunciato, che il governo Meloni non può permettersi di ignorare". Con queste parole Chiara Braga, capogruppo del Partito Democratico alla Camera, ha attaccato l’esecutivo per la mancata presa di posizione sui dazi statunitensi, che rischiano di colpire duramente l’economia italiana. "Non si può continuare a essere l’alleata silenziosa di Trump su ogni questione internazionale", ha aggiunto, sottolineando come la risposta debba arrivare dall’Europa, ma con una strategia chiara da parte di Roma.

I numeri, del resto, parlano da soli. Secondo Confindustria, l’applicazione dei dazi – anche nella misura ridotta del 10% – potrebbe costare all’Italia fino a 20 miliardi di export e 118mila posti di lavoro entro il 2026. "Non è solo una questione di percentuali: anche una misura apparentemente contenuta avrà effetti tangibili", ha spiegato il presidente Emanuele Orsini, evidenziando come una guerra commerciale aprirebbe scenari ancora più critici. La scadenza del 9 luglio, quando i dazi torneranno pienamente operativi dopo la pausa di 90 giorni, si avvicina senza che sia ancora chiaro come il governo intenda reagire.

Uno studio di Centromarca, realizzato con Nomisma, quantifica in 3,3 miliardi di euro la perdita massima per il made in Italy se venissero applicate tariffe del 50%. Ma le stime, che variano a seconda dell’entità dei dazi, mostrano come anche l’ipotesi più bassa comporterebbe un danno di quasi 500 milioni. "Sostenere che il 10% sia accettabile è un errore", ha avvertito Orsini, secondo cui l’impatto si tradurrebbe in un freno alla crescita e in un’erosione della competitività.

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