Unicredit e Banco Bpm, l’Ue contesta il golden power: Salvini attacca Bruxelles
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Redazione Interno
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La Commissione europea ha rivolto all’Italia un formale richiamo riguardo alle condizioni imposte nel decreto che regola l’acquisizione di Banco Bpm da parte di Unicredit, avanzando dubbi sulla compatibilità con le norme comunitarie. Nella lettera inviata a Roma, Bruxelles ha espresso perplessità sul fatto che il provvedimento governativo – emanato lo scorso 18 aprile e basato sulle prerogative del golden power – rispetti effettivamente i criteri stabiliti dall’articolo 21 del regolamento Ue sulle concentrazioni. Secondo l’esecutivo comunitario, gli obblighi imposti alla nuova entità finanziaria potrebbero configurare una violazione non solo di tale normativa, ma anche di altre disposizioni del diritto europeo.
Il governo italiano, da parte sua, ha già annunciato che risponderà in modo collaborativo, facendo leva sulle argomentazioni già presentate davanti al Tar, dove le motivazioni alla base del decreto erano state ritenute legittime. La posizione di Roma si fonda sulla necessità di tutelare quella che definisce “sicurezza pubblica”, un principio invocato per giustificare l’intervento statale in un’operazione di mercato che, in assenza di vincoli, rientrerebbe nella normale dinamica finanziaria.
La reazione politica non si è fatta attendere. Matteo Salvini, intervenuto sulla questione, ha bollato le critiche europee come un’inutile ingerenza: «Bruxelles non rompa le scatole», ha dichiarato il leader leghista, sottolineando come l’Italia abbia il diritto di adottare misure a difesa dei propri interessi strategici. Il tono perentorio del ministro riflette una linea ormai consolidata nel rapporto con le istituzioni Ue, spesso accusate di eccessivo rigore tecnocratico a discapito delle esigenze nazionali.
Quella del golden power non è una novità nel panorama normativo italiano, ma il suo utilizzo in contesti bancari – settore tradizionalmente soggetto a regole stringenti – solleva interrogativi sulla reale portata delle giustificazioni legate alla sicurezza. L’Ue, pur riconoscendo agli Stati membri margini di manovra in materie sensibili, valuta con attenzione ogni applicazione che rischi di distorcere la concorrenza o limitare la libertà di circolazione dei capitali.




