Afrika Bambaataa, il pioniere dell’hip hop che trasformò le gang in cultura, muore a 68 anni
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Era il 1982 quando "Planet Rock" uscì dalle casse dei ghettoblaster, un suono che sembrava arrivare dal futuro e che invece, in realtà, aveva radici profondissime nel presente più duro del Bronx. Afrika Bambaataa, nome d’arte di Lance Taylor, è morto all’età di 68 anni in Pennsylvania, stroncato da un cancro che lo affliggeva da tempo. A darne l’annuncio, attraverso i canali ufficiali, è stata la sua etichetta storica, la Tommy Boy Records, e diverse fonti hanno poi confermato come il decesso sia avvenuto intorno alle tre del mattino ora locale, complicanze dovute a un tumore alla prostata che teneva lontano dai riflettori ormai da mesi. La sua scomparsa, inevitabilmente, riapre il dibattito su una figura che è stata, al contempo, architetto di un movimento globale e, negli ultimi anni, simbolo di una caduta dolorosa, resa ancora più oscura dalle gravi accuse di abusi sessuali su minori che hanno finito per sporcare irreversibilmente quella che, di diritto, avrebbe dovuto essere un’eredità musicale inattaccabile.
Dal pianerottolo di casa al mondo: la nascita della Zulu Nation
Prima della musica, c’era la strada. E nel Bronx degli anni Settanta, la strada significava violenza, bande e sopravvivenza. Bambaataa, che aveva iniziato come "warlord" (signore della guerra) per la gang dei Black Spades, visse sulla propria pelle quella tensione costante, un’esistenza che avrebbe potuto portarlo dritto in prigione o al cimitero. Invece, complice forse un viaggio in Africa che gli cambiò la percezione del mondo, decise di usare il giradischi come un’arma di pace. Fondò la Universal Zulu Nation, un collettivo che non era solo una crew musicale, ma un vero e proprio progetto sociale: l’idea era quella di dirottare l’energia bellica delle strade verso la creatività, trasformando breakdance, graffiti, rap e dj-set in strumenti di aggregazione e consapevolezza. Non fu certamente il primo a mettere un piatto su un tavolo, ma fu lui a capire che quelle feste da marciapiede potevano diventare un linguaggio universale, un ponte capace di collegare i ragazzi di colore e latini dell’edilizia popolare con il resto del mondo.
La rivoluzione elettronica di "Planet Rock"
Sul piano strettamente musicale, il suo contributo fu una vera e propria scossa tellurica. Mentre i primi mc si limitavano a battere ritmiche funk, Bambaataa ebbe l’intuizione geniale di pescare a piene mani dalla musica elettronica europea. Il campionamento di "Trans-Europe Express" dei Kraftwerk, che diventa la spina dorsale di "Planet Rock", è forse l’atto di nascita ufficiale dell’electro-funk, quel suono robotico e al contempo caldo che avrebbe poi influenzato decenni di dance, techno e hip hop sperimentale. Con i suoi Soulsonic Force, costruì un ponte tra la meccanica tedesca e la funkyness di James Brown, creando un ibrido perfetto per le piste da ballo di tutto il mondo. Quel brano, che ancora oggi risuona come un inno senza tempo, gli valse la fama planetaria, trasformandolo da fenomeno locale a ambasciatore globale della cultura hip hop, una figura che, insieme a Kool Herc e Grandmaster Flash, siede al tavolo dei padri fondatori del genere.
Le ombre del passato e le accuse di abusi
Tuttavia, se la musica lo ha reso immortale, le vicende giudiziarie degli ultimi anni ne hanno distrutto l’immagine pubblica. A partire dal 2016, diversi uomini hanno rotto il silenzio accusandolo di abusi sessuali commessi quando loro erano ancora minorenni, fatti risalenti agli anni Ottanta e Novanta. Nonostante le smentite categoriche arrivate sia da lui che, inizialmente, dai vertici della Zulu Nation (che arrivarono persino a definire "mentalmente disturbato" uno degli accusatori), lo scandalo ha avuto un peso specifico devastante. Bambaataa fu costretto a dimettersi dalla guida dell’organizzazione che lui stesso aveva creato, un gesto che di fatto sanciva una frattura insanabile tra il personaggio pubblico e i principi di "Pace, Unità, Amore e Divertimento" che aveva predicato per decenni.
La condanna civile del 2025 e l’eredità contesa
Il capitolo più drammatico dal punto di vista legale si è scritto solo un anno fa, quando un tribunale civile di New York ha emesso una sentenza di condanna nei suoi confronti. Un querelante anonimo, che lo accusava di traffico sessuale e abusi ripetuti tra il 1991 e il 1995, ha vinto la causa a causa della mancata comparizione di Bambaataa in aula, portando il giudice a emettere una condanna in contumacia. Pur non essendoci mai state condanne penali che lo hanno portato in carcere – e lui ha sempre negato ogni addebito – quella sentenza civile ha rappresentato un marchio indelebile. La sua morte, avvenuta in un letto d’ospedale in Pennsylvania, chiude quindi i conti con la giustizia terrena, ma lascia aperta una ferita profonda nel mondo della cultura nera: come separare l’arte dall’artista? Come giudicare l’uomo che ha dato una voce ai senza voce, quando si scopre che quella stessa voce potrebbe aver ridotto al silenzio delle vittime innocenti? Il dibattito, probabilmente, è destinato a durare ancora a lungo.




