Il tabellone di Lucerna e la resa: il linguaggio della diplomazia Usa-Iran si gioca sulle parole

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre gli occhi del mondo restano puntati sulle devastanti conseguenze dei raid israeliani nel sud del Libano, con un bilancio che piange almeno sedici vittime nell'ultimo giorno, un altro fronte, per certi versi più sottile ma altrettanto decisivo, si sta aprendo in Svizzera. L'inizio dei colloqui tecnici tra Stati Uniti e Iran, previsto per domenica al Burgenstock di Lucerna, arriva in un clima di fibrillazione e ambiguità, dove ogni dichiarazione pubblica sembra studiata per stravolgere il significato stesso del tavolo negoziale.

Se da un lato il regime di Teheran, attraverso i suoi canali ufficiali, ha riacceso lo spettro della chiusura dello Stretto di Hormuz come ritorsione per gli attacchi israeliani in Libano, una mossa che farebbe impennare i prezzi del petrolio e che è stata annunciata con una nota sulla televisione di stato, dall'altro la partita più complessa si gioca sul piano lessicale e sulla percezione politica dell'intesa raggiunta.

Il vicepresidente statunitense JD Vance ha confermato in un'intervista a Fox News che raggiungerà Steve Witkoff e Jared Kushner in Svizzera nei prossimi giorni, probabilmente entro quarantotto ore, per prendere parte al prossimo ciclo di negoziati. Nelle sue dichiarazioni, Vance ha lasciato intendere le difficoltà di coordinamento e l'importanza dei protocolli diplomatici, ammettendo con schiettezza di non comprendere appieno le complessità di quelle procedure, ma sottolineando la volontà dell'amministrazione di essere fisicamente presente al tavolo.

La sua presenza, insieme a quella di Witkoff e Kushner, figure di spicco della cerchia ristretta della Casa Bianca, indica l'alto profilo che l'amministrazione Trump intende attribuire a questa fase, che non è più solo una bozza di principio, ma una verifica concreta delle modalità attuative.

La resa di Washington secondo Teheran

La battaglia del linguaggio tra Usa e Iran è forse l'aspetto più affascinante e rivelatore di questa delicata fase. Per Teheran, il Memorandum of Understanding firmato con gli Stati Uniti non è affatto un "accordo" tra pari, bensì una "resa" di Washington nei confronti della Repubblica Islamica. Questa definizione, ripetuta con insistenza non solo dai media statali iraniani ma anche da alcuni commentatori arabi e da osservatori internazionali, non è una semplice scelta stilistica, ma un preciso strumento di propaganda interna ed estera.

A Teheran, presentare l'intesa come una capitolazione americana serve a legittimare il governo agli occhi di una popolazione stremata dalle sanzioni e a rafforzare la posizione dei falchi all'interno del regime. Allo stesso tempo, l'amministrazione americana si trova a dover gestire un messaggio opposto, cercando di vendere l'intesa come un successo della deterrenza e della diplomazia, evitando di apparire debole verso un avversario storico.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha ufficializzato che una delegazione diplomatica di Teheran si recherà a breve in Svizzera con un mandato molto preciso: monitorare da vicino l'attuazione del memorandum e richiedere il pieno rispetto degli impegni assunti da Washington. L'obiettivo dichiarato, secondo Baghaei, è chiarire le modalità operative con cui la controparte americana intende onorare gli impegni sul campo.

Questa verifica tecnica è cruciale, perché il diavolo si annida nei dettagli, e per l'Iran la posta in gioco riguarda la rimozione delle sanzioni e la possibilità di ritrovare liquidità sui mercati internazionali. Il fatto che la delegazione iraniana si rechi a Lucerna non solo per negoziare, ma per "verificare" e "chiarire" le modalità operative, suggerisce una certa diffidenza di fondo, quasi come se Teheran si aspettasse che Washington possa cercare di interpretare in modo restrittivo gli impegni assunti.

La scacchiera mediorientale e il nodo di Hormuz

Lo scenario in cui si inserisce questa partita diplomatica è reso ancora più incandescente dalle minacce iraniane riguardanti lo Stretto di Hormuz, il principale punto di transito per il greggio del Golfo Persico. La decisione di richiamare questa opzione strategica, annunciata in concomitanza con i raid israeliani in Libano, rappresenta un tentativo di Teheran di alzare la posta e dimostrare che, pur partecipando ai colloqui, conserva la capacità di imporre un costo altissimo alla comunità internazionale.

Gli attacchi dell'Idf nel sud del Libano, che hanno causato nuove vittime, sono un promemoria della volatilità della regione e della possibilità che il conflitto si allarghi su più fronti, coinvolgendo direttamente Hezbollah, storico alleato dell'Iran. In questo contesto, la scelta di avviare i colloqui tecnici in Svizzera appare quasi come un tentativo di separare il piano della diplomazia da quello del conflitto asimmetrico, ma i due piani sono inevitabilmente destinati a intersecarsi.

La presenza di Vance, Witkoff e Kushner in Svizzera, con il vicepresidente che ammette candidamente le sue lacune in materia di protocolli diplomatici, sembra sottolineare la volontà americana di accelerare i tempi e chiudere il capitolo dell'accordo in tempi brevi, forse anche per sfruttare politicamente il risultato in vista delle scadenze elettorali interne.

Tuttavia, la diffidenza mostrata dall'Iran, che ha inviato una delegazione per vigilare sugli impegni di Washington, indica che ogni passo sarà minutamente controllato e che la strada verso l'attuazione completa del memorandum è ancora irta di ostacoli. La definizione dell'accordo come "resa" da parte di Teheran è un segnale che, per il regime, la posta in gioco è anche quella della sopravvivenza ideologica e della capacità di presentarsi come vincitore di un confronto trentennale con il nemico americano.

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