L’accordo Usa-Iran si trasferisce a Lucerna, tra blockchain e vecchia diplomazia. Khamenei: “Trump ha firmato per debolezza”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Passare dal Novecento dei grandi alberghi svizzeri, quelli che hanno ospitato summit e spartizioni di mezzo mondo, al post-contemporaneo di un accordo siglato direttamente in blockchain: anche questo, checché se ne dica, è lo stile di Donald Trump.

Mentre l'intesa quadro tra Washington e Teheran scuote la geopolitica globale – con tutto quel che ne consegue in termini di riassetto degli equilibri mediorientali – la macchina diplomatica si è già messa in moto per definire i dettagli operativi a Lucerna, città che diventa così il crocevia di un negoziato che mescola carte fisiche e registri digitali.

La scelta della località elvetica non è certo casuale, se si considera che la Svizzera ha da sempre fatto da tramite tra le due sponde dell'Atlantico, e che proprio in un suo palazzo si sarebbe dovuta tenere la cerimonia ufficiale, poi saltata per ragioni di agenda e di opportunità politica, lasciando spazio a una ratifica più defilata ma sostanziale.

La firma e le reazioni: un accordo nato sotto il segno della contraddizione

La firma del memorandum da parte del presidente americano, avvenuta nella Reggia di Versailles, ha già scatenato un vespaio di reazioni, tanto in patria quanto all'estero, e non poteva essere altrimenti per un'intesa che chiude – almeno sulla carta – un conflitto durato mesi e costato caro in termini di vite umane e risorse economiche.

Da Teheran, la voce più autorevole è stata quella di Mojtaba Khamenei, che ha confermato l'approvazione iraniana del testo, pur con una lettura tutt'altro che trionfalistica dell'operato della controparte; le sue dichiarazioni, infatti, dipingono un Trump mosso da "debolezza e necessità", quasi che la Casa Bianca abbia ceduto alle pressioni di un conflitto che rischiava di trasformarsi in un pantano senza fine.

Dall'altra parte, il presidente non ha certo nascosto la sua soddisfazione, definendo la resa dell'Iran come "totale" in un post su Truth che ha fatto il giro del web, dove ha anche rilanciato un messaggio di papa Leone – un gesto che sa di riconciliazione, dopo gli scontri verbali dei mesi precedenti – per sottolineare il valore del dialogo che ha portato a questo risultato.

Il nodo di Hormuz e il pressing economico come arma negoziale

Nel frattempo, sul terreno, le cose si muovono con una velocità che lascia intendere la volontà di rendere operativo l'accordo in tempi brevi: il Centcom ha già annunciato la revoca del blocco navale che gravava sul traffico marittimo in entrata e uscita dai porti iraniani, e ha assicurato che le forze americane resteranno nell'area per vigilare sul rispetto degli impegni presi, senza però ostacolare il normale flusso delle merci.

Il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, da parte sua, ha incaricato l'Autorità dello Stretto del Golfo Persico di rilasciare in tempi rapidissimi i permessi per le navi commerciali che vogliono attraversare lo Stretto di Hormuz, un passaggio obbligato per le esportazioni petrolifere della regione e vero e proprio polso della tenuta economica globale.

Proprio su questo fronte si gioca una delle partite più delicate, come ha sottolineato l'analista americano Richard Nephew, che con Obama aveva negoziato sul nucleare: secondo lui, Trump ha dato all'Iran un'arma che prima non aveva, ovvero il pressing economico, riuscendo però a trovare un'uscita di sicurezza che evitasse la catastrofe dei mercati, un'analisi che getta luce sulle logiche sottostanti a un accordo che molti giudicano comunque rischioso.

Falchi e colombe: le divisioni nel fronte americano

Che l'accordo sia figlio di un compromesso necessario lo dimostra anche il clima di aspra polemica che si è scatenato tra i sostenitori stessi del presidente, divisi tra i "falchi", che avrebbero voluto proseguire la pressione militare sul regime fino al suo collasso, e i paladini dell'"America First", che invece spingevano per una fine rapida delle ostilità per dedicarsi ai problemi economici interni.

Trump, nel mezzo di questa battaglia intestina, si è difeso attaccando i critici – definiti "invidiosi, cattivi o stupidi" – e ribadendo che l'intesa è l'unica via percorribile per evitare un'ulteriore escalation, mentre il vicepresidente Vance, in un'intervista, ha alzato i toni contro Israele, accusato di non aver compreso le ragioni della scelta americana.

Nel frattempo, l'Unione Europea, nella voce dell'Alto rappresentante Kallas, ha subito un duro colpo con la decisione israeliana di interrompere i rapporti ufficiali, una mossa che conferma quanto questo accordo stia ridisegnando non solo gli equilibri tra Washington e Teheran, ma anche le alleanze storiche all'interno del quadrante mediorientale, in un gioco di specchi dove ogni passo è un azzardo e ogni dichiarazione pesa come una pietra.

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