Hantavirus, il turista britannico rintracciato a Milano e la lunga scia di contatti del volo da Sant’Elena

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il cerchio delle persone esposte al focolaio di hantavirus, sviluppatosi a bordo della nave da crociera Mv Hondius, si è stretto nelle ultime ore attorno a un nuovo nome: un turista britannico è stato rintracciato a Milano e immediatamente trasferito in isolamento all’ospedale Sacco, dopo che il Regno Unito ne aveva segnalato la potenziale esposizione. L’uomo, che secondo le prime ricostruzioni del ministero della Salute aveva viaggiato sul volo commerciale in partenza dall’isola di Sant’Elena verso Johannesburg, si è ritrovato suo malgrado sulla stessa rotta aerea seguita dalla moglie della prima vittima accertata del virus; quella donna, dopo essere stata contagiata, aveva tentato invano di fare ritorno in Olanda, morendo prima di riuscirci. Il caso del cittadino britannico, ora in quarantena nel capoluogo lombardo, rappresenta l’ennesimo sviluppo di una catena di trasmissione che le autorità sanitarie stanno ricostruendo metro per metro, concentrandosi in particolare sui voli di linea che hanno disperso i passeggeri della nave in diversi angoli d’Europa.

L’ombra del virus Andes e il caso sospetto in Calabria

Mentre a Milano si procedeva con il ricovero del turista, l’attenzione degli epidemiologi restava alta anche sul versante meridionale del Paese, dove un venticinquenne calabrese, residente a Villa San Giovanni, ha cominciato a manifestare una sintomatologia sospetta. Il giovane, già sottoposto a quarantena fiduciaria dopo aver condiviso lo stesso volo della donna sudafricana poi deceduta, potrebbe aver contratto la variante Andes, la sola capace – seppur in casi rari e con contatti molto stretti – di trasmettersi da uomo a uomo. I campioni biologici del ragazzo sono stati inviati all’Istituto Spallanzani di Roma, dove verranno effettuati gli accertamenti del caso; al momento, né il ministero né l’istituto romano hanno confermato la necessità di un trasferimento del paziente, che resta per ora sotto osservazione nel suo domicilio.

I negativi veneti e la mappa dei contagi europei

Una nota di relativo sollievo, in questo quadro di massima allerta, arriva invece dal Veneto: il tampone effettuato sul turista sudafricano finito sotto osservazione a Padova, dopo essere stato esposto al virus durante il viaggio, ha dato esito negativo. Gli specialisti, come sottolineato dalla direttrice della Prevenzione del ministero, Maria Rosaria Campitiello, mantengono comunque alta la guardia, poiché la negatività del test non esclude una futura positivizzazione in considerazione dei lunghi tempi di incubazione, che possono arrivare a quarantadue giorni. La situazione fuori dai confini italiani rimane critica: in Europa si contano altri tre contagi certi tra i passeggeri sbarcati dalla Mv Hondius, tra i quali una donna francese ricoverata in condizioni definite gravi, oltre a un cittadino americano e uno spagnolo, al momento asintomatici ma attentamente monitorati.

La circolare del ministero e l’approccio della massima cautela

Nonostante i numeri, seppur in crescita, restino confinati a pochi casi e a una cerchia ristrettissima di contatti, il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha ribadito che in Italia «non c’è un pericolo imminente», pur dovendo adottare «un approccio di massima cautela». Una circolare diramata dal dicastero ha aggiornato le definizioni di caso sospetto e probabile, imponendo la quarantena per chiunque abbia condiviso spazi ristretti con i malati – come la nave o determinati aerei – e raccomandando la sorveglianza attiva per le sei settimane successive all’ultima esposizione. Nei porti e negli aerostazioni, sebbene non siano stati attivati protocolli straordinari di screening di massa, gli uffici Usmaf restano in stato di preallerta per intercettare eventuali passeggeri reduci dalle zone calde del focolaio. L’Organizzazione mondiale della sanità, da parte sua, ha confermato ufficialmente nove casi certificati e tre decessi, attribuibili tutti al ceppo sudamericano del virus, quello che aveva già seminato il panico in Patagonia negli anni precedenti e che ora richiede una gestione chirurgica dei contatti per evitare una propagazione comunitaria.

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