Hantavirus, la circolare del ministero: «Rischio basso ma serve la massima cautela»

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Redazione Salute Redazione Salute   -   «Oggi in Italia non c’è alcun pericolo». La rassicurazione, arrivata ieri dal ministro della Salute Orazio Schillaci nel corso di un’intervista al Tg1, cerca di arginare il focolaio di emotività che spesso accompagna la comparsa di un patogeno nuovo (o, in questo caso, raro) all’orizzonte. Eppure, mentre il titolare del dicastero invitava alla calma, nei palazzi della politica sanitaria romani si lavorava ai dettagli di una circolare che, pur confermando un “rischio molto basso” per la popolazione generale, di fatto alza il livello di guardia. Il documento – pubblicato in tarda serata e firmato dal direttore generale della Prevenzione Sergio Iavicoli e dal capo dipartimento Maria Rosaria Campitiello – è il frutto di un monitoraggio serrato che vede coinvolti l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Si tratta, in sostanza, di una procedura standard per le emergenze sanitarie internazionali, ma il tono utilizzato nella bozza rivela una preoccupazione specifica per la natura del virus in questione: il ceppo Andes, a differenza di altre varianti presenti sul territorio europeo, ha dimostrato di saper viaggiare da uomo a uomo, seppur in circostanze limitate.

Il nodo della contagiosità e le settimane di attesa

La situazione, al momento, è sotto una lente d’ingrandimento che punta a evitare scenari già visti in passato, sebbene i presupposti epidemiologici siano profondamente diversi. I quattro possibili casi riscontrati finora nel nostro Paese – passeggeri rimpatriati dopo lo sbarco dalla nave Mv Hondius a Tenerife – sono attualmente asintomatici e tenuti in isolamento fiduciario, in attesa dell’esito dei test che potrebbe arrivare solo nelle prossime ore. La circolare, tuttavia, getta un’ombra di cauto realismo sull’ottimismo delle dichiarazioni pubbliche: gli esperti della rete Dispatch, riunitasi l’8 maggio, hanno infatti evidenziato che “non è completamente trascurabile il rischio di trasmissione interumana comunitaria”. Una precisazione non da poco, che spiega la severità delle misure preventive adottate dal ministero, le quali ricalcano quelle già viste per le emergenze aeree e marittime post-pandemia. Per i contatti definiti “ad alto rischio” – ovvero chiunque abbia condiviso spazi ristretti per più di 15 minuti cumulativi con un caso probabile o confermato – è scattato l’obbligo di quarantena per quarantadue giorni, sei settimane durante le quali è vietato l’accesso ai mezzi di trasporto pubblico e persino ai voli commerciali per eventuali rimpatri. Un intervallo temporale che non è casuale, ma rispecchia il periodo massimo di incubazione del virus, un lasso di tempo lungo durante il quale un soggetto potrebbe essere infettivo senza saperlo.

Dai roditori alla cabina: la genesi del focolaio

La genesi di questo allarme sanitario affonda le radici in una combinazione letale di turismo estremo e biologia selvatica. Il focolaio è esploso sulla Mv Hondius, una nave partita da Ushuaia, in Argentina, dove un passeggero (un ornitologo olandese deceduto a bordo) avrebbe inalato particelle di feci di roditore in una discarica locale, il serbatoio naturale del virus. Da lì, il contagio si è propagato in un ambiente chiuso come quello della crociera, sfruttando l’eccezionalità del ceppo “Andes”, l’unico della famiglia degli Hantavirus in grado di passare da un individuo all’altro attraverso fluidi rei o contatti molto stretti. A bordo, il bilancio è drammatico: nove casi totali (sette confermati, due probabili) e tre decessi, che delineano un tasso di letalità vicino al 33%, un dato che fa tremare i polsi agli epidemiologi. Per il nostro Paese, che ha una tradizione di casi rari e sporadici legati ad altri ceppi come il Puumala, l’assenza del roditore serbatoio (l’Oligoryzomys longicaudatus) costituisce una barriera naturale. Tuttavia, la circolare impone agli Usmaf (uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera) di prestare la massima attenzione a ogni evento sospetto a bordo di mezzi di trasporto, richiedendo la compilazione e la consegna dei Passenger Locator Form per garantire la tracciabilità dei contatti.

Test, sintomi e l’eredità della pandemia

Uno degli aspetti più complessi della gestione di questo focolaio riguarda la diagnostica. La circolare del ministero stabilisce una gerarchia precisa: la priorità per l’esecuzione dei test molecolari (Pcr) va riservata esclusivamente ai soggetti sintomatici, in particolare a quelli che presentano un quadro clinico compatibile con la sindrome cardiopolmonare da Hantavirus. Escludendo, di fatto, la possibilità di screening di massa sui contatti asintomatici come avvenne per il Covid, nonostante qualche ipotesi meno tranquillizzante – sulla possibilità che a trasmettere il virus siano anche gli asintomatici – stia cominciando ad affiorare tra gli addetti ai lavori. La sintomatologia d’esordio, d’altra parte, si presta a confusione: cefalea, febbricola e disturbi gastrointestinali come la diarrea, che nelle prime ventiquattro-quarantotto ore possono lasciare spazio a un rapido peggioramento verso l’insufficienza respiratoria acuta e lo shock. Una progressione fulminante che richiede interventi tempestivi in terapia intensiva, laddove non esistono né un vaccino né una terapia antivirale specifica. Il “principio di massima cautela” evocato dal Ministero, dunque, non è solo una formula retorica: in assenza di cure mirate, il contenimento del contagio attraverso la quarantena e il tracciamento resta l’unica arma a disposizione. E se l’eco della pandemia è ancora vivida nella memoria collettiva, gli esperti ricordano che l’hantavirus “non si trasmette come il Covid”, e che il rischio di una nuova emergenza globale resta al momento scongiurato, confinato alle pagine di cronaca di una crociera maledetta partita dalla fine del mondo.

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