Sbarco blindato a Tenerife per i 93 della nave Hondius, il virus Hantavirus torna a dettare le regole

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Granadilla (Tenerife). Se ne vanno via alla spicciolata, in piccoli gruppi di cinque o sei dopo quaranta insidiosi giorni di navigazione nei mari dell’estremo Sud, avvolti in camici ospedalieri azzurrini e con le redivive mascherine FFP2 incollate davanti alla bocca. Prima sui gommoni e sulle lance dei militi della Guardia Civil, che sono andati a prenderli fin sotto alla MV Hondius ormeggiata appena oltre il muraglione d’ingresso del porto di Granadilla, poi a bordo di pullman scortati diretti verso l’aeroporto di Tenerife Sud. La nave da crociera, diventata per settimane una trappola galleggiante a causa del focolaio di Hantavirus e trasformatasi in un caso sanitario globale, ha finalmente iniziato lo sbarco dei 93 passeggeri ancora presenti a bordo. Un’operazione, questa, meticolosa e blindata, studiata per evitare qualsiasi contatto con il territorio spagnolo, dove le autorità locali hanno eretto un cordone sanitario che ricorda per intensità le fasi più dure della pandemia da Covid.

L’incubo dei 42 giorni e la gestione dei rimpatri

Il sottile ma temibile spettro del virus Andes, la variante specifica responsabile di questo focolaio, costringe a giocare d’anticipo. A differenza di altre zoonosi, il periodo di incubazione di questo patogeno può arrivare a durare fino a 42 giorni, quasi il doppio di quanto si osserva solitamente per altre infezioni da Hantavirus. È per questo motivo che il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha classificato ogni singolo individuo ancora a bordo come un “contatto ad alto rischio”, prescrivendo una quarantena rigida e un monitoraggio attivo che si protrarrà per sei settimane. La macchina organizzativa, nel frattempo, si è mossa su due binari paralleli: da un lato la Spagna, che ha garantito un corridoio umanitario per permettere lo sbarco e l’immediato trasferimento dei cittadini di nazionalità francese, canadese, olandese, britannica e statunitense sui rispettivi voli statali; dall’altro le compagnie di bandiera, come quella australiana e olandese, che invieranno velivoli dedicati per recuperare i rimanenti a bordo. A rimanere sulla nave, ormai diventata un relitto sanitario, saranno solo una trentina di membri dell’equipaggio, incaricati di riportare lo scafo in Olanda accompagnati da un medico.

Virus Hantavirus, le insidie diagnostiche e le quarantene in Italia

Ma come si scova un nemico che, come spiegano i virologi, si annida silenzioso nei fluidi biologici? La diagnosi di routine si basa ancora sugli anticorpi rilevabili tramite analisi del siero, mentre i tamponi polmonari (che studiano le secrezioni) servono a capire se l’infezione è in corso. Tuttavia, per i quattro passeggeri raggiunti dalla sorveglianza attiva in Italia, la caccia al virus si gioca su un altro campo. Si tratta di due italiani e due stranieri, localizzati rispettivamente in Calabria, Campania, Toscana e Veneto, che hanno avuto la sfortuna di trovarsi a bordo di un volo della Klm in coincidenza per Roma; sulla stessa tratta, per pochi minuti, è salita quella donna che, dopo essere sbarcata, è deceduta in un ospedale di Johannesburg a causa dell’infezione. I quattro, al momento asintomatici, sono stati posti in isolamento fiduciario. Le Asl di competenza hanno il compito di tenere sotto controllo non solo loro, ma anche la cerchia dei loro contatti stretti, sebbene la trasmissione diretta uomo-uomo per questa tipologia di virus (storicamente trasmesso dai roditori) resti un’evenienza rara ma documentata.

La fuga del virus e la cronaca di un’epidemia silenziosa

Non si tratta solo di un’emergenza logistica. La vicenda della MV Hondius – salpata da Ushuaia con a bordo un centinaio di turisti diretti alla scoperta dei paesaggi estremi – ha riacceso i riflettori su una patologia che, negli ultimi giorni, ha fatto registrare alcuni decessi durante la traversata tra il Sud America e Capo Verde. Il meccanismo del contagio, in questo caso specifico, sembra aver rotto gli schemi tradizionali. Mentre di solito il veicolo principale sono le feci o l’urina dei roditori infestanti, in un contesto chiuso come quello di una nave da crociera (dove il ricambio d’aria è limitato e gli spazi sono condivisi) la trasmissione potrebbe aver subito un’accelerazione. L’Ecdc, nelle sue linee guida d’emergenza, ha raccomandato l’uso di respiratori FFP3 per il personale esposto a procedure che generano aerosol, suggerendo che la polvere contaminata o le goccioline respiratorie possano giocare un ruolo chiave in questo focolaio specifico. Non esistendo ancora un vaccino autorizzato né una terapia antivirale specifica, l’unica arma a disposizione resta il supporto intensivo per i polmoni. Una certezza, comunque, rimane: il rischio per la popolazione generale europea viene valutato come “molto basso” dall’Ecdc, sebbene l’ombra di questo virus si allunghi ancora minacciosa sui 93 reduci ora in quarantena nei loro paesi d’origine.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.