Hantavirus, il test negativo del medico sudafricano a Padova non placa la sorveglianza: alzato il livello di allerta negli scali aerei
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Redazione Salute
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La buona notizia, per quanto circoscritta, è che il paziente sottoposto a isolamento a Padova è risultato negativo al test per l’Hantavirus. Si trattava di un medico di Johannesburg, un quarantanovenne finito sotto osservazione dopo essere stato a bordo del volo Klm che trasportava anche Mirjam Schilperoord, la cittadina olandese poi deceduta in seguito al contagio contratto – insieme al marito Leo, il cosiddetto “paziente zero” – durante una crociera sulla nave Mv Hondius, in Patagonia. Il tampone, effettuato nella serata di lunedì, ha restituito un esito negativo, un risultato che, nelle parole di Maria Rosaria Campitiello, direttrice della Prevenzione al Ministero della Salute, “lascia ben sperare”, sebbene non sia definitivo. La stessa funzionaria, intervenuta ai microfoni di Radio Anch’io, ha precisato con scrupolosa cautela che l’assenza di positività al momento del prelievo “non significa che non potrebbe, un domani, positivizzarsi”, ricordando come la quarantena e la sorveglianza attiva restino le uniche misure di sanità pubblica realmente efficaci in questa fase.
La mappatura dei contatti e le ombre sul focolaio della Hondius
Mentre a Padova il monitoraggio prosegue, l’attenzione degli epidemiologi resta focalizzata sulla mappatura dei movimenti dei passeggeri della Mv Hondius. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato ufficialmente l’esistenza di undici casi legati alla nave, dei quali nove acclarati e due ancora considerati probabili, ma il dato è destinato a crescere man mano che i rimpatriati completano il periodo di incubazione. La sfida per le autorità, come emerge dalle comunicazioni ufficiali, è ricostruire la rete di contatti di chi è sceso dalla nave prima che scattassero i protocolli di blocco. In particolare, l’attenzione si concentra sulla donna deceduta che, prima di arrivare in Europa, aveva preso un volo sulla rotta Sant’Elena-Johannesburg e, successivamente, un volo Johannesburg-Amsterdam il 25 aprile. Su quest’ultimo volo viaggiava anche un venticinquenne calabrese, i cui campioni biologici sono stati prontamente inviati all’Istituto Spallanzani di Roma per accertamenti. In parallelo, il Ministero della Salute ha diramato una circolare che “alza il livello di allerta” negli scali aerei italiani, attivando gli Usmaf (Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera) per potenziare i controlli a bordo dei voli, sebbene il rischio per la popolazione generale venga ancora classificato come “basso” dagli organismi internazionali.
Le dichiarazioni di Parigi e l’ipotesi della mutazione virale
Oltre ai protocolli e ai tamponi, la vicenda ha acceso un dibattito scientifico sulla natura stessa del patogeno. In Francia, dove cinque cittadini che erano a bordo della nave sono stati ricoverati in quarantena a Parigi dopo essere arrivati in ambulanza, la ministra della Salute Stéphanie Rist ha fatto una dichiarazione che alimenta la cautela. Intervenendo al parlamento, Rist ha evidenziato come gli esperti non abbiano ancora la certezza assoluta che il virus non abbia subito mutazioni. Il timore, che la ministra ha definito ancora solo “un’ipotesi”, è che la variante Andes possa aver acquisito una maggiore trasmissibilità fra umani rispetto a quanto documentato in passato. Una preoccupazione, questa, che si aggiunge all’incognita sull’origine primaria dell’infezione per il primo paziente deceduto, che al momento rimane ufficialmente sconosciuta, sebbene i sospetti degli investigatori sanitari si concentrino su un’esposizione accidentale durante le soste in aree portuali della Patagonia.
Le differenze sostanziali con la minaccia del Covid
In un contesto mediatico reso particolarmente sensibile dalle recenti emergenze pandemiche, vale la pena di soffermarsi sulle differenze strutturali che distinguono questo focolaio dall’esordio del Sars-CoV. L’Hantavirus Andes, a differenza del coronavirus all’inizio del 2020, non è un patogeno sconosciuto; la comunità scientifica lo monitora da decenni in Sudamerica, dove ha causato focolai documentati e circoscritti. La sua dinamica di trasmissione è profondamente diversa: richiede un contatto molto stretto e prolungato (spesso definito “faccia a faccia”) per passare da un ospite all’altro, solitamente attraverso le goccioline di saliva o l’esposizione a fluidi rei, mentre la contagiosità in fase presintomatica è considerata dagli esperti un’evenienza rara o comunque non paragonabile a quella dei virus respiratori altamente diffusivi. Come osservato dalle autorità svizzere dell’Ufficio federale della sanità pubblica, la “narrazione generale” di questi giorni suscita molta ansia proprio a causa del retaggio del Covid, ma la situazione attuale è molto lontana dalla minaccia che portò al lockdown globale. Se è vero che il tasso di letalità nei casi gravi rimane allarmante (storicamente attestato attorno al 30-40% per questa variante), è altrettanto vero che la capacità di diffusione (il famoso “tasso R”) è inferiore a 1, il che significa che il focolaio, per quanto tragico a livello individuale, tende a spegnersi senza generare fiammate epidemiche incontrollabili. Le autorità continuano a monitorare quotidianamente i contatti ad alto rischio per l’intero periodo di incubazione, che può estendersi fino a 42 giorni, cercando di intercettare qualsiasi sintomo prima che la malattia degeneri nella fase cardiopolmonare.




