La memoria contesa di Volinia e la crisi diplomatica tra Polonia e Ucraina

La memoria contesa di Volinia e la crisi diplomatica tra Polonia e Ucraina
Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La decisione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di intitolare una unità delle Forze per le operazioni speciali dell'esercito agli eroi dell'UPA ha riacceso la miccia di una delle ferite storiche più profonde tra Varsavia e Kiev, provocando una crisi diplomatica che rischia di minare un'alleanza finora considerata solida e strategica.

Il presidente polacco Karol Nawrocki, esponente di una destra nazionalista che ha fatto della memoria storica un cavallo di battaglia politico, ha risposto revocando a Zelensky l'Ordine dell'Aquila Bianca, la massima onorificenza statale polacca, che era stata conferita al leader ucraino nell'aprile del 2023 dall'allora presidente Andrzej Duda in segno di solidarietà per la resistenza all'invasione russa.

La replica di Kiev non si è fatta attendere e Zelensky, in un'intervista alla televisione ucraina TSN, ha criticato duramente Nawrocki accusandolo di alimentare l'odio verso gli ucraini per fini di politica interna, restituendo formalmente l'onorificenza e aprendo una crisi che ha visto il coinvolgimento di altri alti funzionari ucraini, tra cui il capo dell'ufficio presidenziale Kyrylo Budanov e il ministro degli Esteri Andrii Sybiha, che hanno annunciato la restituzione di altre decorazioni polacche.

La domenica di sangue del 1943 e l'eredità dell'UPA

Al centro della disputa c'è la memoria della "domenica di sangue" dell'11 luglio 1943, quando le truppe dei nazionalisti ucraini dell'UPA – l'Esercito Insurrezionale Ucraino guidato da Stepan Bandera che lottava per l'indipendenza ucraina e la creazione di uno Stato etnicamente omogeneo – attuarono una sistematica pulizia etnica nella regione della Volinia, allora sotto occupazione tedesca.

In quella che è passata alla storia come la strage di Volinia, le unità dell'UPA attaccarono simultaneamente circa 150 località polacche, massacrando decine di migliaia di civili, per lo più donne, bambini e anziani, con un bilancio complessivo stimato tra le 80.000 e le 100.000 vittime polacche, cui seguirono azioni di ritorsione che causarono circa 15.000 vittime ucraine.

Il Parlamento polacco ha riconosciuto ufficialmente questi crimini come atto di genocidio nel 2016, una decisione che è sempre stata contestata da Kiev e da alcuni storici non polacchi, mentre in Ucraina l'UPA è ancora oggi considerata da molti un simbolo della lotta per l'indipendenza nazionale contro il dominio sovietico e nazista.

L'onda di xenofobia e il ruolo delle Chiese

In questo clima di crescente tensione, che ha alimentato un'onda di xenofobia dai tratti preoccupanti ai danni dei circa due milioni di ucraini presenti in Polonia, di cui un milione di rifugiati fuggiti dalla guerra, la voce delle Chiese locali si è levata per chiedere un percorso di riconciliazione e per scongiurare il pericolo che le divergenze storiche possano compromettere definitivamente il rapporto tra i due popoli.

Il 29 giugno scorso, in occasione del concistoro a Roma, i cardinali polacchi e ucraini, tra cui Konrad Krajewski, Kazimir Nycz, Grzegorz Rys, l'arcivescovo maggiore di Kiev Sviatoslav Shevchuk e il cardinale ucraino Mykola Byshok, hanno firmato una dichiarazione comune in cui richiamano l'invito di papa Leone per un linguaggio evangelico "chiaro ma non umiliante, coraggioso ma non aggressivo, veritiero ma aperto al perdono", prendendo atto della "crescita della tensione reciproca e il riaffiorare dei sentimenti di ostilità" proprio mentre l'Ucraina continua a sperimentare gli orrori della guerra e la Polonia ha dimostrato grande solidarietà negli ultimi anni. L'arcivescovo Shevchuk, in una precedente intervista all'agenzia cattolica polacca KAI, aveva cercato di spiegare la prospettiva ucraina, osservando che oggi, nel contesto della guerra contro la Russia, il riferimento all'UPA non ha una connotazione anti-polacca ma è legato alla lotta per l'indipendenza nazionale, anche se ha riconosciuto che la decisione di Zelensky è stata compresa "attraverso la lente dell'interesse nazionale" polacco, generando inevitabili incomprensioni.

Il peso degli aiuti militari e le prospettive future

La crisi diplomatica si inserisce in un quadro di relazioni complesse, in cui la Polonia è stata fin dall'inizio dell'invasione russa uno dei più ferventi e generosi alleati dell'Ucraina, fornendo aiuti militari per un valore complessivo di circa 3,83 miliardi di euro e dimostrando una solidarietà senza precedenti sia in termini di equipaggiamenti che di accoglienza di quasi un milione di rifugiati, pari a circa il 4,91% del suo prodotto interno lordo.

Il ministro della Difesa polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz ha annunciato che la Polonia ha fornito a Kiev munizioni, obici semoventi, mortai, mezzi corazzati, carri armati T-72, PT-91 e Leopard 2A4, aerei MiG-29, elicotteri Mi-2 e Mi-24 e missili PAC-3 per il sistema Patriot, oltre ad aver addestrato circa un terzo dei soldati ucraini formati dai Paesi dell'Unione Europea.

Nonostante questo imponente sforzo bellico e umanitario, le tensioni sono esplose quando il presidente Nawrocki, che ha fatto della retorica antiucraina uno strumento di consenso politico, ha colto l'occasione della commemorazione dell'83º anniversario della strage di Volinia per tenere un discorso duro, definendo l'UPA e i suoi simboli "non gli eroi di cui l'Europa ha bisogno" e insistendo sulla necessità di "non confondere mai la riconciliazione con l'amnesia", mentre il premier polacco Donald Tusk, rivale politico di Nawrocki, ha invitato entrambi i leader a calmare gli animi, sottolineando che il conflitto tra Polonia e Ucraina "delizia Putin e sconcerta i nostri alleati".

A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge il difficile momento che sta attraversando l'Unione Europea sul fronte delle sanzioni alla Russia, con il ventunesimo pacchetto di misure che è andato in archivio senza trovare la quadra, sebbene stavolta la colpa non sia da attribuire ai veti dell'Ungheria di Viktor Orbán, mentre lo stesso premier polacco ha espresso preoccupazione per le conseguenze di questa crisi diplomatica, che rischia di minare la coesione del fronte occidentale e di offrire un assist prezioso alla propaganda russa proprio mentre l'Ucraina continua a subire attacchi missilistici sulla capitale e in altre regioni del Paese.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.