Polonia-Ucraina, la memoria della Volinia torna a dividere: Varsavia revoca l'onorificenza a Zelensky
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Redazione Esteri
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Sta montando in Polonia un’onda di xenofobia dai tratti preoccupanti, e a farne le spese sono i circa due milioni di ucraini presenti sul territorio, di cui un milione di rifugiati fuggiti dalla guerra. Alimentata dalla destra politica e dal presidente della Repubblica, il nazionalista Karol Nawrocki, la tensione è esplosa dopo quella che Varsavia ha considerato una scelta quantomeno imprudente da parte di Volodymyr Zelensky: intitolare le Forze per le operazioni speciali dell’esercito ucraino agli eroi dell’UPA, l’Esercito Insurrezionale Ucraino.
Un gesto che per i polacchi, memori delle stragi di Volinia del 1943, suona come una provocazione inaccettabile e rischia di minare il solido, seppur complesso, rapporto di alleanza costruito in questi anni di conflitto.
Il presidente Nawrocki ritira l'Ordine dell'Aquila Bianca a Zelensky
A suggellare la profonda frattura diplomatica è stata la decisione del presidente polacco Karol Nawrocki di revocare l’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza dello Stato polacco, che era stata conferita al presidente ucraino in segno di gratitudine per il rapporto di stretta collaborazione.
La mossa, adottata lo scorso 19 giugno, è arrivata al culmine di un'ondata di indignazione popolare e politica, alimentata proprio dalla decisione di Kiev di onorare l'UPA, un'unità che per la storiografia polacca è responsabile di aver commesso un vero e proprio genocidio ai danni della popolazione civile polacca durante la Seconda Guerra Mondiale.
Nawrocki, nel tentativo di limitare i danni, ha però tenuto a precisare che la sua decisione non è da intendersi come un atto ostile verso il popolo ucraino, ribadendo anzi che la Polonia continua a sostenere Kiev nella sua lotta contro l'aggressione russa, un sostegno che considera vitale anche per la sicurezza di Varsavia e di tutta l'Europa.
Il peso della storia: la "domenica di sangue" del 1943
Il rapporto tra ucraini e polacchi è storicamente difficile e il principale nodo da sciogliere rimane quello legato alla "domenica di sangue" dell'11 luglio 1943, un evento che, a ottantatré anni di distanza, continua a dividere i due popoli come uno spartiacque. In quel giorno, i reparti dell'UPA, l'ala militare dell'Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) guidata da Stepan Bandera, attaccarono simultaneamente circa un centinaio di insediamenti polacchi nella regione della Volinia. Le stime più accreditate parlano di circa 100.000 vittime polacche, in gran parte donne, anziani e bambini, uccisi con una ferocia inaudita nel corso di quella che viene definita come un'operazione di "pulizia etnica". Mentre per molti ucraini, l'UPA è ancora vista come un movimento che lottava per l'indipendenza nazionale contro il giogo sovietico, in Polonia l'organizzazione è considerata responsabile di un atto di genocidio, e il 2016 il parlamento di Varsavia ha ufficialmente riconosciuto le stragi come tali, istituendo una giornata nazionale di commemorazione.
Un'alleanza strategica messa a dura prova dalla memoria
Nonostante queste profonde divisioni storiche, la Polonia si è dimostrata fin dall'inizio dell'invasione russa del 2022 uno dei partner più fedeli e generosi dell'Ucraina, come testimoniato dal ministro della Difesa Wladyslaw Kosiniak-Kamysz.
Secondo i dati ufficiali, Varsavia ha fornito a Kiev aiuti militari per un valore di circa 3,83 miliardi di euro, comprendenti munizioni, carri armati T-72, Leopard 2A4, aerei MiG-29 e, più di recente, missili intercettori per il sistema Patriot, una scelta quest'ultima che è stata difesa dal ministro come un investimento strategico per la sicurezza della stessa Polonia.
La dichiarazione dell'ambasciatore ucraino, Vasyl Bodnar, secondo cui Varsavia sta preparando un 47° pacchetto di aiuti militari, dimostra come, al di là delle schermaglie diplomatiche, la cooperazione sul campo prosegua senza sosta, spinta dalla necessità di contrastare la minaccia comune rappresentata dalla Russia.
Una minaccia che, nel frattempo, tiene banco anche in Europa, dove il Coreper II, il comitato dei rappresentanti permanenti dei 27 Paesi membri, ha mostrato tutte le sue divisioni, non riuscendo a trovare un accordo sul 21° pacchetto di sanzioni contro Mosca.
In questo contesto di tensione, però, la voce delle Chiese locali, che hanno avviato un dialogo per la riconciliazione, e alcune dichiarazioni pubbliche dei vescovi greco-cattolici operanti in Polonia, rappresentano un tentativo di non lasciare che le "tristi memorie" del passato compromettano definitivamente un futuro che, per forza di cose, deve essere costruito insieme.




