L’arma letale usata per uccidere Navalny: l’epibatidina, dalle foreste ai laboratori segreti
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Redazione Esteri
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Il lungo braccio del Cremlino, per spezzare la voce più scomoda dell’opposizione russa, avrebbe scelto un’arma tanto sofisticata quanto rara, un veleno la cui origine si perde nelle foreste pluviali dell’Ecuador per poi riemergere, in forma sintetizzata, nei gelidi corridoi di una colonia penale dell’Artico. A distanza di due anni esatti dalla morte di Aleksej Navalny, avvenuta il 16 febbraio del 2024 nel carcere IK-3 noto come “Lupo polare”, un gruppo di cinque nazioni europee – Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi – ha rotto gli indugi nel corso della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, diffondendo una dichiarazione congiunta che ribalta la narrazione ufficiale di Mosca, quella di un decesso per cause naturali -1-3. Le analisi condotte su campioni biologici prelevati dal Corpo del dissidente, come hanno spiegato i ministeri degli Esteri dei cinque Paesi, avrebbero infatti rilevato in modo “conclusivo” la presenza di epibatidina, una neurotossina tra le più letali conosciute, che non esiste in natura in Russia e la cui somministrazione, per logica conseguenza, non può che essere avvenuta in un contesto pianificato -4-7.
Si tratta, questa, di una sostanza che compie un viaggio singolare: scoperta nel 1974 dal biochimico statunitense John Daly sulla pelle della rana freccia, il vertebrato più velenoso del mondo, la sua struttura chimica è stata successivamente riprodotta in laboratorio, e sono proprio queste versioni sintetiche – di cui si sospetta un’antica e oscura conoscenza da parte dei servizi segreti russi – ad essere finite al centro dell’inchiesta. L’epibatidina, il cui meccanismo d’azione blocca i recettori nicotinici dell’acetilcolina portando a paralisi muscolare e arresto respiratorio, lascia tracce minime e richiede strumenti analitici raffinati per essere identificata, un dettaglio che spiegherebbe i due anni di indagini silenziose prima dell’annuncio formale di Monaco -3-5. La vedova Navalnaja, che non ha mai smesso di battersi per ottenere giustizia, ha accolto la notizia come la conferma scientifica di ciò che aveva sempre sostenuto: l’assassinio di suo marito, ha dichiarato ai margini del summit, non è più solo una convinzione personale, ma un fatto dimostrato -5-8.
Le analisi e le prove: una neurotossina fuori luogo in Siberia
Il lavoro investigativo che ha portato a questa conclusione, come riferiscono fonti diplomatiche, è stato complesso e meticoloso. I cinque governi, coordinando i propri laboratori specializzati, hanno incrociato i dati ottenuti dai campioni, giungendo alla certezza che la molecola trovata nei tessuti di Navalny corrispondesse perfettamente all’epibatidina -4. Nei loro comunicati, i ministri hanno sottolineato un passaggio cruciale: se è vero che il leader dell’opposizione era già sopravvissuto a un avvelenamento con il Novichok nel 2020, questa volta il veleno scelto è stato diverso e, per certi versi, ancora più subdolo. La Russia, si legge nella nota congiunta, aveva i mezzi – detenendo probabilmente scorte di questa tossina sviluppate in programmi segreti –, il motivo – ridurre al silenzio un critico feroce del sistema Putin – e l’opportunità – dato che Navalny si trovava in una struttura penale sotto il controllo totale dello Stato – per compiere l’omicidio -1-8.
La portavoce del ministero degli Esteri russo e l’ambasciata di Mosca a Londra hanno prontamente respinto le accuse, definendole parte di una cospirazione occidentale, ma i firmatari dell’istanza hanno già formalizzato una denuncia presso l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC) -9. L’accusa, peraltro, non si limita al singolo caso: nella dichiarazione viene espressa una preoccupazione più ampia per il fatto che la Russia possa non aver distrutto tutti i suoi arsenali chimici, come invece obbligata dalla convenzione internazionale, lasciando intendere che l’epibatidina possa far parte di un arsenale clandestino tuttora esistente -3-7.
Il contesto: dalla prigionia all’isolamento nel circolo polare
Per comprendere la portata dell’accusa, è utile ripercorrere gli ultimi mesi di vita di Navalny. Dopo il rientro in Russia nel gennaio del 2021 e l’arresto immediato, la sua detenzione era stata caratterizzata da un progressivo inasprimento delle condizioni. Trasferito a dicembre del 2023 nella colonia penale IK-3, una delle più dure del paese situata nello Jamalo-Nenec, era stato sottoposto a un regime di totale isolamento, una sorta di buco nero informativo dal quale, nonostante tutto, continuavano a filtrare messaggi di incoraggiamento a non votare per Putin -3. La morte, annunciata dall’amministrazione penitenziaria il pomeriggio del 16 febbraio 2024, era arrivata proprio mentre a Monaco si aprivano i lavori della conferenza sulla sicurezza, un tempismo che era parso subito sospetto agli osservatori -4.
La salma, come noto, non fu consegnata immediatamente alla famiglia; i genitori di Navalny dovettero attendere giorni prima di poterla riprendere, e questo rifiuto, unito alla mancanza di trasparenza, aveva alimentato la certezza dei collaboratori che si trattasse di un omicidio di Stato -1-9. Ivan Zhdanov, storico direttore della Fondazione Anti-corruzione, che ha dovuto lasciare la Russia e opera dall’esilio, aveva più volte accusato il Cremlino, e oggi le analisi dei cinque Paesi europei danno sostanza a quelle denunce, dimostrando che la mano dei servizi ha agito con una precisione chimica spietata -2-6.
Le reazioni internazionali e i precedenti
L’iniziativa dei cinque governi ha provocato una ondata di reazioni a Monaco, dove la vedova Navalnaja è stata accolta dalle principali autorità europee. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha accusato Vladimir Putin di essere disposto a usare armi biologiche contro il proprio popolo pur di conservare il potere, mentre il primo ministro britannico, Keir Starmer, ha parlato di un lascito duraturo di verità da parte del dissidente scomparso -5-1. La stessa Yulia Navalnaja, incontrando la ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper, ha ribadito che la scoperta getta luce su un “complotto barbaro” ordito dal Cremlino -8.
Va ricordato, per completezza, che Navalny era già stato bersaglio di un tentativo di eliminazione con un agente nervino della famiglia Novichok nell’agosto del 2020, durante un volo di linea in Siberia; in quell’occasione si salvò solo grazie all’intervento di medici tedeschi che lo curarono a Berlino -3-9. I cinque Paesi, nel loro rapporto, sottolineano come questo modus operandi – l’utilizzo di armi chimiche proibite contro singoli individui – rappresenti una costante preoccupante, una violazione ripetuta e sistematica delle convenzioni internazionali che ora, con la prova dell’epibatidina, viene nuovamente portata all’attenzione del mondo -7.




