Addio a Vittorio Messori, il giornalista che interrogò il mistero di Dio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Se n’è andato nel giorno in cui i cristiani ricordano la passione e la morte di Cristo, e questo venerdì santo – quasi un incidente drammatico che il calendario gli ha riservato – sembra aver voluto racchiudere l’essenza di un’intera esistenza. Vittorio Messori, il cronista della fede, colui che seppe trasformare l’indagine giornalistica in un’avventura teologica, è morto nella sua casa di Desenzano del Garda. Aveva 84 anni e da tempo conviveva con un pacemaker, che però non ha potuto nulla contro un attacco cardiaco fatale; lo stesso giorno, a poche ore dalla sua scomparsa, mancava poco più di una settimana al suo ottantacinquesimo compleanno, previsto per il 16 aprile.

Un bestseller lungo cinquant’anni

Nel 1975, quando molti intellettuali italiani guardavano al secolarismo come a un orizzonte ineludibile, lui pubblicò “Ipotesi su Gesù” per le edizioni Sei: un libro che, partendo da un semplice atto di coraggio intellettuale, provò a verificare con gli strumenti del cronista – le fonti, le testimonianze, la coerenza interna dei racconti evangelici – la fondatezza storica della figura di Cristo. Nessuno, prima di lui, aveva osato mescolare in quel modo il rigore del reporter con l’abbandono del credente. Quel testo divenne un bestseller, vendette milioni di copie e venne tradotto in decine di lingue, consegnando Messori a un ruolo che poi non avrebbe mai abbandonato: quello dell’apologeta laico, se così si può dire, armato di macchina da scrivere più che di croce astile.

L’intellettuale che sfidò i luoghi comuni

La sua produzione, vastissima, non si limitò mai a una sterile ripetizione di dogmi. Esplorò le implicazioni più controverse della fede – da Maria alla questione del male, dal rapporto con le altre religioni alla crisi della Chiesa post-concilio – e lo fece con una prosa asciutta, talvolta tagliente, sempre lontana da quelle retoriche devozionali che pure avrebbero potuto garantirgli un pubblico più accomodante. Collaborò con diversi quotidiani nazionali, portando nelle terze pagine un ragionamento denso che non chiedeva sconti al lettore; e in questo, forse, risiede la sua lezione più duratura: si può parlare di Dio con la stessa schiettezza con cui si descrive un fatto di cronaca, a patto di non tradire mai né la verità dei fatti né la complessità del mistero.

L’addio di Desenzano e l’eredità di un cronista credente

È morto nella notte tra venerdì e sabato, nella quiete della sua casa sul lago di Garda. Non ci sono state dichiarazioni enfatiche né manifesti di cordoglio, almeno in quelle prime ore: solo la notizia, rimbalzata dalle agenzie, che uno dei più importanti intellettuali cattolici del secondo Novecento aveva smesso di respirare. Lo ricordano i lettori che con lui hanno imparato a non separare la ragione dalla fede, e lo ricorderanno anche i critici che gli hanno spesso rimproverato un’eccessiva sicurezza nelle proprie tesi. Ma a loro, Messori aveva già risposto, in vita, con decine di libri e altrettanti articoli: la fede, se è vera, non ha paura di essere interrogata. E lui, fino all’ultimo, non ha smesso di farlo.

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