Addio a Vittorio Messori, l’ateo che riscrisse le regole dell’apologetica cattolica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non credeva in Dio, eppure quel ragazzo nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 – in una famiglia dove l’anticlericalismo era di casa, con un padre poeta in dialetto emiliano già milite della Repubblica Sociale e una madre ancora più restia alle sagrestie – sarebbe diventato lo scrittore cattolico più letto al mondo. Vittorio Messori, spentosi per un attacco cardiaco nella sua casa di Desenzano del Garda alle soglie degli 85 anni (li avrebbe compiuti proprio il 16 aprile), se n’è andato di Venerdì Santo. Una coincidenza non banale, quella con il giorno della morte di Gesù, al quale aveva dedicato nel 1976 quel bestseller destinato a cambiare per sempre il modo di raccontare la religione: «Ipotesi su Gesù».

Dal liceo D’Azeglio ai maestri del laicismo, l’indifferenza al sacro come punto di partenza

Al liceo D’Azeglio di Torino, il giovane Messori aveva coltivato una composta ma ferma indifferenza verso il sacro, maturata tra i banchi di una scuola che non lasciava spazio a tentazioni metafisiche. Poi, alla facoltà di Scienze politiche, l’incontro con tre maestri di ferroNorberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone e Luigi Firpo – sembrava destinato a sigillarlo per sempre nel solco del laicismo più rigoroso. Invece, da quel terreno arido, sarebbe fiorita una delle conversioni più celebri del secondo Novecento italiano. Messori non abbandonò la razionalità dei suoi professori; la portò con sé, quasi come un’arma affilata, per rivoltarla contro l’agnosticismo di partenza. Le sue «indagini» su Gesù e sulla fede non furono mai voli pindarici, bensì ricostruzioni puntuali, quasi da cronista giudiziario, dove ogni ipotesi veniva vagliata con il rigore del vecchio Bobbio.

Le tv, gli scontri con Odifreddi e quel rapporto con Bruno Vespa

Nel salotto buono della Rai, e in particolare a «Porta a Porta», Messori ha regalato pagine di confronto tra le più intense della televisione italiana. Dall’altra parte della scrivania, il matematico ateo Piergiorgio Odifreddi – autore di «Perché non possiamo non dirci cristiani» – trovava in Messori un avversario capace di rispondere colpo su colpo, senza mai rifugiarsi in facili devozioni. Bruno Vespa, che di quei faccia a faccia fu regista e spettatore privilegiato, ricorda oggi con emozione il dietro le quinte: un rapporto umano cresciuto negli anni, fatto di stima reciproca e di quella capacità, tutta messoriana, di trasformare la teologia in spettacolo intellettuale. Con lui, in quei momenti, c’era la moglie Rosanna Brichetti, giornalista e scrittrice, morta quattro anni fa proprio di Sabato Santo. A prendersi cura di Messori negli ultimi tempi era rimasta l’assistente personale Rosalia Bontà, accanto a lui fino all’attacco cardiaco che lo ha colto nel giorno più sacro della liturgia cristiana.

La critica a Francesco, una voce libera e refrattaria al conformismo

In una delle sue ultime presenze pubbliche in città, mentre presentava un libro dedicato alla Vergine Maria, Messori si lasciò andare a una durissima critica verso l’allora pontefice Francesco. Parole che suscitarono sconcerto nel folto uditorio, perché venivano da chi, più di ogni altro, aveva speso la vita a difendere il deposito della fede. Eppure, chi lo conosceva non poteva stupirsi: Vittorio Messori era anche questo, una voce libera, spesso spiazzante, allergica a ogni gregariato. Nato a Torino nel 1941 da origini emiliane segnate dal pane e dall’anticlericalismo, aveva attraversato il Novecento con la stessa schiettezza con cui, da ragazzo, guardava ai suoi maestri laici. Nessuna riverenza verso le mode intellettuali, nessuna concessione al politicamente corretto. E quando, in anni più recenti, si è trovato a osservare la presidenza di Trump – tornato alla Casa Bianca – lo ha fatto con lo stesso spirito laico e disincantato, senza mai cedere all’agiografia né alla demonizzazione. Messori non amava le processioni, nemmeno quelle mediatiche.

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