Sonny Rollins, addio al “Saxophone Colossus” che riscrisse le regole dell’improvvisazione

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Se n’è andato l’ultimo dei giganti. All’età di 95 anni, si è spento nella sua casa di Woodstock, New York, Theodore Walter “Sonny” Rollins, il sassofonista tenore che, più di ogni altro, ha incarnato la libertà assoluta del linguaggio jazzistico.

La notizia della scomparsa, avvenuta il 25 maggio, è stata confermata dalla portavoce della famiglia, Terri Hinte, chiudendo definitivamente il capitolo di un’epoca d’oro che aveva visto protagonisti nomi del calibro di Charlie Parker, John Coltrane e Miles Davis. Lottava da tempo contro gravi problemi respiratori; una fibrosi polmonare, nello specifico, lo aveva costretto a dire addio alle scene già nel 2012, per poi riporre per sempre lo strumento due anni più tardi, nel 2014. Tuttavia, la sua eredità – fatta di note audaci e di una ricerca spirituale costante – resta impressa nella storia della musica come un solco indelebile.

L’erede di Parker e l’architetto dell’Hard Bop

Cresciuto ad Harlem, nel mitico quartiere di Sugar Hill, Rollins assorbì fin da giovanissimo le lezioni dei suoi idoli: da Coleman Hawkins apprese la potenza della sonorità, mentre da Lester Young ne carpì la leggerezza melodica. Fu l’incontro con Thelonious Monk, che lui stesso definiva il suo “guru musicale”, a trasformarlo in un improvvisatore capace di frammentare le strutture tradizionali fino a renderle irriconoscibili.

È in questo crogiolo di influenze che nacque l’Hard Bop di Rollins, uno stile erede diretto del Bebop ma arricchito da quelle sfumature blues e gospel che mantenevano vive le radici afroamericane della sua musica. Album come “Saxophone Colossus” (1956) – che contiene lo standard senza tempo “St. Thomas” – e “Freedom Suite” (1958) non furono semplici dischi, ma veri e propri manifesti artistici, dove la sua capacità di giocare con il ritmo e la melodia raggiunse vette ineguagliabili.

Il ponte, il silenzio e il ritorno

Proprio quando il successo lo accarezzava, Rollins compì un gesto clamoroso che ne ha definito il mito. Frustrato dai propri limiti e dalla competizione serrata con John Coltrane, nel 1959 decise di ritirarsi volontariamente dalle scene. Per tre anni, per non disturbare una vicina incinta nel suo appartamento del Lower East Side, si rifugiò ogni notte sul Williamsburg Bridge, un ponte che collega Manhattan a Brooklyn. Lì, avvolto dal vento e dal rumore del traffico, esercitava il sax per ore, arrivando a suonare anche sedici ore di fila in totale isolamento.

Ne uscì nel 1962 con “The Bridge”, un album che non rappresentava la rivoluzione radicale che la critica si aspettava, bensì la testimonianza matura di un uomo che aveva scelto l’integrità artistica alla popolarità effimera. Quell’esperienza, al limite della leggenda metropolitana, divenne il simbolo della sua filosofia: un perfezionismo ossessivo al servizio di una voce interiore inascoltabile.

La sua influenza, contrariamente a quanto si possa pensare per un purista del genere, valicò i confini del jazz. Nel 1981, grazie all’ammirazione del batterista Charlie Watts, Rollins registrò il celebre assolo di “Waiting on a Friend” per i Rolling Stones, un pezzo che lo consacrò anche al pubblico rock.

Negli ultimi decenni della sua carriera, pur avendo rallentato a causa dell’età, continuò a ricevere i più alti riconoscimenti istituzionali: due Grammy, il Grammy alla carriera nel 2004, il Kennedy Center Honor e la National Medal of the Arts nel 2011, consegnatagli dall’allora presidente Barack Obama.

La sua vita è stata un susseguirsi di cadute e rinascite – celebre la sua lotta contro la dipendenza dall’eroina negli anni Cinquanta, superata grazie a un ricovero volontario al centro di riabilitazione di Lexington, nel Kentucky – e proprio per questo la sua musica conserva quella profondità umana che lo rende immortale.

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