L’ultimo colosso del jazz: se n’è andato Sonny Rollins, il re del sax che amava l’Umbria

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non è la solita, retorica frase di circostanza, quella che si spende quando se ne va qualcuno dei “vecchi tempi d’oro”. Nel caso di Sonny Rollins, però, affermare che si chiude un’epoca è pura constatazione fattuale. Con la sua scomparsa, avvenuta ieri all’età di 95 anni nella sua casa di Woodstock, New York, la storia del jazz moderno perde davvero l’ultimo dei suoi giganti.

Il sassofonista tenore, figura centrale di quella stagione creativa che dalla fine degli anni Quaranta in poi ha rivoluzionato la musica afroamericana, lascia un vuoto incolmabile, quello stesso vuoto che si respira quando si spegne una voce autentica e irripetibile come la sua. Conosciuto universalmente come “Saxophone Colossus” – titolo del suo capolavoro del 1956 – Rollins non era solo un musicista, ma un vero e proprio caposcuola dell’hard bop, capace di piegare lo strumento a una narrazione episodica e avventurosa che ha funzionato da modello per generazioni di sassofonisti.

Una vita per la musica, tra Harlem e la world music

Cresciuto ad Harlem, in un quartiere dove Duke Ellington abitava nello stesso isolato e Coleman Hawkins all’angolo sotto casa sua, Rollins assorbì la lezione dei giganti del bebop, da Charlie Parker a Thelonious Monk, fino a Miles Davis con cui collaborò agli albori degli anni Cinquanta. Il suo stile, inconfondibile per un suono audace e una costante, quasi ossessiva sperimentazione, lo ha reso celebre al pari di John Coltrane.

A differenza di molti suoi contemporanei, però, Rollins ha avuto una carriera lunghissima e articolata, costellata di celebri ritiri: pause durante le quali si allontanava dai palchi per “ricaricarsi” e trovare nuove direzioni espressive. La più famosa di queste fughe dal mondo lo vide, tra il 1959 e il 1961, esiliarsi volontariamente sul ponte di Williamsburg. Per non disturbare una vicina incinta, Rollins passava ore a suonare da solo sotto i binari della metropolitana, in un ritiro quasi monastico da cui nacque poi l’album “The Bridge”.

L’amore per l’Umbria e il sigillo di Perugia

Era un legame fortissimo, quello che univa Sonny Rollins all’Umbria e a Perugia; un rapporto d’affetto costruito in sette diverse occasioni, durante le quali il sassofonista si esibì per Umbria Jazz. La città, nel 2012, volle ricambiare l’affetto conferendogli il Baiocco d’Oro, la più alta onorificenza cittadina, quel sigillo che sancisce per sempre il rapporto tra l’artista e un territorio che lo aveva adottato.

Nelle note di ricordo diffuse dalla manifestazione, lo descrivono come un “innovatore per vocazione”, un musicista nei cui assoli si può ascoltare praticamente tutta la storia del jazz moderno. E non è un’esagerazione: le sue composizioni, da “St. Thomas” a “Oleo”, sono diventate standard assoluti, studiati e reinterpretati in tutto il mondo.

Addio a un’icona, dal ritiro alla leggenda

Celebrato per la sua incredibile capacità di improvvisazione, una dote che lo rendeva unico nel trasformare la melodia in un discorso logico e pieno di humour, Rollins ha continuato a calcare i palchi fino agli ottant’anni. Poi i problemi di salute – respiratori in primis – lo hanno costretto a quel ritiro definitivo che rispettava la sua natura schiva e riflessiva. Con la sua morte, confermata dal portavoce, si spegne l’ultima fiamma di quell’epoca in cui il jazz smise di essere solo musica da ballo per diventare arte.

Se n’è andato il re del sax, il “colosso” che con il suo strumento sapeva essere impetuoso e meditativo al tempo stesso. Lascia la scena muta, ma le sue note, fluide e inconfondibili, continueranno a risuonare ben oltre la sua scomparsa, consegnando alla storia un patrimonio di suoni che nessuna imitazione potrà mai eguagliare.

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