Addio a Sonny Rollins, il colosso del sax che amava l’Umbria

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Se n’è andato a 96 anni (secondo altre fonti 95, ma è un dettaglio che conta poco di fronte alla sua sterminata grandezza) Sonny Rollins, l’ultimo gigante di quella generazione dorata che ha inventato le regole del jazz moderno. La notizia della sua scomparsa, avvenuta nella casa di Woodstock dove si era ritirato da tempo, ha fatto il giro del mondo in poche ore, e non poteva essere altrimenti per un uomo che Miles Davis – niente meno – definiva “una leggenda, quasi un dio per i musicisti più giovani”.

Con la morte di Rollins, insomma, si chiude un’era: non c’è enfasi gratuita in questa affermazione, perché era lui l’ultimo testimone diretto di un’epoca in cui la musica afroamericana riscriveva i canoni dell’arte occidentale.

Il “saxophone colossus” e il legame con Perugia

Era soprannominato “Saxophone Colossus”, dal titolo di quell’album epocale inciso nel lontano 1956 con Max Roach alla batteria, Tommy Flanagan al piano e Doug Watkins al contrabbasso, un disco che la Library of Congress ha giustamente preservato come patrimonio dell’umanità. Ma c’è un angolo d’Italia, in particolare l’Umbria, che lo ha sempre considerato un figlio adottivo.

Rollins, va ricordato, ha suonato ben sette volte a Umbria Jazz, un record per un artista internazionale del suo calibro, e l’ultima volta – era il 2012 – la città di Perugia gli ha conferito il Baiocco d’Oro, l’onorificenza massima che suggella un rapporto “indissolubile”. La sindaca Ferdinandi ha ricordato come quell’antica moneta sigilli per sempre l’affetto tra Perugia e un artista definito “innovatore per vocazione”, un uomo la cui musica continua a risuonare nella memoria storica della comunità.

Dall’hard bop ai ponti di New York: una vita per la musica

La sua carriera, iniziata quando era ancora un ragazzo di Harlem, lo ha visto collaborare con tutti i mostri sacri: da Coleman Hawkins (il suo primo idolo, quello che gli fece capire che la musica era arte) a Charlie Parker, passando per Thelonious Monk – che considerava il suo “guru musicale” – e naturalmente John Coltrane. La sua forza, ciò che lo rendeva riconoscibile tra mille, era quella sonorità potente e inconfondibile capace di trasformare l’improvvisazione tematica in sequenze infinite di variazioni sul tema principale.

E c’è un aneddoto, diventato leggenda, che lo riguarda: nel 1959, insoddisfatto e alla ricerca di una purezza espressiva che il successo non riusciva a dargli, si ritirò volontariamente dalle scene. Per tre anni, raccontano, Rollins praticò da solo sul Williamsburg Bridge, letteralmente su un ponte di New York, suonando il sax per ore e ore sotto il cielo notturno fino a quando, nel 1962, non ne uscì con “The Bridge”, l’album simbolo del suo ritorno.

Il ritiro e la scomparsa dell’ultimo gigante

Problemi respiratori, in particolare una fibrosi polmonare diagnosticata negli ultimi anni, lo costrinsero a smettere definitivamente di suonare nel 2014, anche se il suo ultimo concerto pubblico risaliva al 2012 al Detroit Jazz Festival. Il portavoce del musicista ha confermato la morte senza specificare le cause, limitandosi a diffondere una frase che Rollins stesso pronunciò nel 2009: “Penso che quando la persona creativa muore, continui in un’altra esistenza. Io credo che questa vita non sia la fine di tutto”.

Con lui, se ne va non solo un musicista premiato con Grammy, Kennedy Center Honor e National Medal of the Arts, ma l’intera struttura portante di un genere musicale. Nei suoi assoli, come hanno giustamente sottolineato gli organizzatori di Umbria Jazz, c’è praticamente tutta la storia del jazz moderno, resa però con un’originalità tale che, nonostante le legioni di imitatori, rimarrà per sempre qualcosa di unico e irripetibile.

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