Addio a Sonny Rollins, l’ultimo colosso del jazz si spegne a 95 anni

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Se n’è andato lunedì, nella sua casa di Woodstock, nello Stato di New York, uno degli ultimi giganti della storia del jazz: Sonny Rollins, sassofonista tenore dalla carriera leggendaria, si è spento all’età di 95 anni. La notizia, diffusa dalla portavoce Terri Hinte, ha scosso il mondo della musica, ma non ha colto del tutto impreparati: da tempo, ormai, Rollins era costretto a rimanere in casa a causa di problemi polmonari – una fibrosi polmonare che ne aveva limitato pesantemente l’attività – e aveva tenuto il suo ultimo concerto nel lontano 2012, per poi smettere definitivamente di suonare nel 2014.

Soprannominato «Saxophone Colossus» – dal titolo del suo capolavoro del 1956 – Rollins era l’ultimo testimone diretto di un’epoca d’oro, quella del bebop e dell’hard bop, che aveva visto protagonisti mostri sacri come Charlie Parker, John Coltrane, Miles Davis e Thelonious Monk, tutti scomparsi prima di lui.

Harlem, la scoperta del sax e la genesi di un innovatore

Nato a New York il 7 settembre 1930, con il nome di Walter Theodore Rollins, crebbe ad Harlem in una famiglia profondamente legata alla musica: il padre suonava il clarinetto, il fratello il violino, la sorella il pianoforte. Dopo un avvio al pianoforte, fu folgorato dal sassofono all’età di undici anni; inizialmente scelse l’alto, ma presto passò al tenore, influenzato dal suo idolo Coleman Hawkins, un vicino di casa che divenne punto di riferimento assoluto. Ancora adolescente, Rollins si trovò a registrare con Bud Powell e J.J.

Johnson, prima di entrare nelle orchestre di Miles Davis – che nella sua autobiografia lo avrebbe definito una «leggenda» – e di Thelonious Monk, con il quale instaurò un sodalizio artistico decisivo per la sua maturazione. I primi anni cinquanta, però, segnarono una battuta d’arresto drammatica: la dipendenza dall’eroina lo portò a scontare due periodi di detenzione, prima per rapina a mano armata e poi per violazione della libertà vigilata.

La rinascita, il ponte di Williamsburg e i capolavori senza tempo

La svolta arrivò nel 1954, quando Rollins scelse volontariamente di disintossicarsi in una struttura sanitaria a Lexington, nel Kentucky. Uscito dal tunnel, si ripresentò sulla scena con una grinta rinnovata: si unì al quintetto di Max Roach e Clifford Brown, e da lì a poco iniziò la sua straordinaria sequenza di album fondamentali. Il 1956 fu l’anno di «Saxophone Colossus» – registrato in una sola sessione per l’etichetta Prestige – il cui brano «St. Thomas», dalle inflessioni calypso, divenne immediatamente uno standard.

Nello stesso anno incise «Tenor Madness», l’unico disco in cui il suo sassofono dialogò direttamente con quello di John Coltrane. A questi seguirono «Way Out West» (1957), «A Night at the Village Vanguard» (1957) e «The Freedom Suite» (1958), album che non solo consolidarono la sua reputazione, ma ampliarono i confini espressivi del jazz.

Il ritiro, le pause creative e l’eredità monumentale

Nel 1959, sentendo di aver raggiunto un plateau, Rollins prese una decisione radicale: si ritirò dalle scene per due anni e mezzo, e per esercitarsi senza disturbare nessuno – compresa una vicina incinta – trovò un luogo insolito: il ponte di Williamsburg, a New York, dove passava quattordici o quindici ore al giorno a suonare, scendendo solo per una sosta al bar o per andare al bagno.

Da quella esperienza solitaria nacque «The Bridge» (1962), l’album che segnò il suo ritorno e che molti considerano il suo secondo debutto: un lavoro che portò le sue improvvisazioni a un livello di complessità e libertà mai raggiunto prima.

Nel corso della sua lunghissima carriera – che conta oltre sessanta album da leader – Rollins ha ricevuto i più prestigiosi riconoscimenti: due Grammy, il primo nel 2001 per «This Is What I Do» e il secondo nel 2006 per l’assolo in «Why Was I Born?», tratto dal live «Without a Song: The 9/11 Concert» tenuto a Boston pochi giorni dopo gli attentati. Nel 2004 ottenne il Grammy alla carriera, nel 2010 la National Medal of Arts e nel 2011 fu insignito del Kennedy Center Honor.

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