Addio a Vittorio Messori, l’indagatore del mistero di Torino che non smise mai di cercare

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è spento ieri, 3 aprile, in un Venerdì Santo carico di significati per chiunque si riconosca nel credo cristiano, Vittorio Messori. Aveva 84 anni e se n’è andato nella sua casa di Desenzano sul Garda, lui che – ed è questo uno dei tanti paradossi di una vita intensa – era nato a Sassuolo in una famiglia dichiaratamente anticlericale. Quella che sembra una contraddizione diventa invece la chiave per comprendere l’intero percorso di un intellettuale cattolico diventato famoso in tutto il mondo: perché Messori, per sua stessa ammissione, arrivò alla fede dopo un lungo travaglio, quasi come se dovesse scalare una montagna che da ragazzo gli era stata raccontata come un’inutile finzione. La notizia della morte, diffusa ieri sera, ha già cominciato a muovere i primi ricordi pubblici: i funerali si terranno sabato 11 aprile, alle 9.30, nell’Abbazia di Maguzzano (comune di Lonato del Garda, in provincia di Brescia), e saranno celebrati dal vescovo di Verona, monsignor Domenico Pompili. Lo ha reso noto Rosalia ‘Rosi’ Bontà, l’assistente personale dello scrittore, autore di quel “Ipotesi su Gesù” che avrebbe cambiato la vita a moltissimi lettori.

Torino, la città fondata tre volte e il laboratorio di una formazione decisiva

Dopo la guerra, i Messori lasciarono l’Emilia per trasferirsi a Torino, precisamente in Borgo San Donato, al numero 18 di via Sobrero. E fu lì, in una città che lui stesso amava definire “fondata tre volte” – romana, sabauda e operaia – che Vittorio costruì gran parte della sua cassetta degli attrezzi intellettuali. Il liceo classico al D’Azeglio, una delle fucine della cultura torinese, poi l’iscrizione a Scienze Politiche, infine la laurea nel 1965 con una tesi sul Risorgimento sotto la guida di Alessandro Galante Garrone. Torino, insomma, divenne la sua città della vita: non solo perché vi abitò a lungo, ma perché vi assorbì quel metodo di indagine storica e filologica che avrebbe poi applicato alla domanda religiosa. Nessuna conversione fulminea, per lui, bensì un’analisi paziente dei testi, quasi da investigatore: da qui il suo essere “indagatore del mistero”, un’etichetta che non gli dispiaceva affatto.

“Ipotesi su Gesù” e l’impatto su una generazione di credenti (e non credenti)

Se c’è un libro che ha segnato il passaggio di Messori dall’anonimato alla notorietà planetaria, quello è senza dubbio “Ipotesi su Gesù”. Scritto dopo la sua conversione, il volume tentava una strada allora poco battuta: applicare gli strumenti della critica storica e giornalistica alla figura di Cristo, trattando i Vangeli come fonti da vagliare con il medesimo rigore con cui si analizza un documento antico. Ne venne fuori un bestseller internazionale, tradotto in decine di lingue, che molti – anche tra gli scettici – lessero come un’onesta ammissione di ragionevolezza della fede. Tra questi ci fu, per esempio, l’allora giovanissimo Paolo Lojudice, oggi cardinale e presidente dell’episcopato toscano: lo ha raccontato lui stesso, spiegando che «a 12 anni cominciai a interrogarmi sulla fede leggendo “Ipotesi su Gesù”». Parole che dicono molto sull’impatto generazionale di quell’opera, capace di piantare un seme in un ragazzo che poi avrebbe fatto della Chiesa la sua vita.

Da “Scommessa sulla morte” al “Rapporto sulla fede” con Ratzinger

La produzione di Messori non si esaurì certo in un solo titolo. A “Ipotesi su Gesù” seguirono “Scommessa sulla morte” e, soprattutto, “Rapporto sulla fede”: quest’ultimo rappresenta un caso editoriale a sé, trattandosi di una lunga intervista all’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Un libro che anticipò di anni il conclave del 2005 e che permise a milioni di lettori di accedere al pensiero di colui che sarebbe diventato Benedetto XVI in una forma accessibile ma mai banale. Messori, in quelle pagine, non si limitò a fare da spalla: incalzò, chiese, dubitò insieme al suo interlocutore. Era questo il suo stile: mettersi dalla parte di chi cerca, senza mai dare per scontata alcuna risposta. Per questo, forse, la sua scrittura ha parlato anche a chi la fede non ce l’aveva. Perché prima di essere un apologeta, Messori è stato un domandatore, e Torino – con la sua doppia anima industriale e spirituale – gli aveva insegnato che ogni certezza va conquistata sul campo.

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