Addio a Pietro Gargano, l’anima del “Mattino” che non smise mai di raccontare Napoli

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Se n’è andato Pietro Gargano, e con la sua scomparsa – avvenuta all’età di 83 anni – Napoli si è ritrovata improvvisamente più povera. Non di un semplice cronista, intendiamoci, ma di una di quelle voci che, senza mai alzare il tono, hanno saputo restituire per decenni il polso vero della città. Lui, nato nel 1943 mentre i bombardamenti segnavano il destino di un Paese in ginocchio, ha attraversato più di mezzo secolo di cronaca con una tempra ormai introvabile: attivo fino agli ultimi giorni, quasi con la penna ancora stretta tra le dita mentre dialogava con i lettori, Gargano rappresentava l’architrave di un giornalismo che non si limitava a informare, ma raccontava le viscere di un territorio.

Una carriera interamente dentro “Il Mattino”

Entrato nella redazione del quotidiano napoletano nel lontano 1963, Gargano non l’ha più lasciata. Una fedeltà, la sua, che somigliava a un destino più che a una scelta: da giovane cronista a caporedattore, ha scandito ogni passo della propria esistenza professionale tra le pagine di quel giornale, divenendone una delle firme più riconoscibili. Andato in pensione, è vero, ma il legame con la testata non si è mai interrotto; anzi, ha proseguito come articolista, perché per uno come lui – laureato in Giurisprudenza ma visceralmente legato a Portici, dove viveva fin da piccolo – il ritiro era soltanto una formula burocratica. I colleghi lo chiamavano affettuosamente “Zio Pietro”, e quel soprannome dice già molto della sua funzione: non un capo distante, ma un punto di riferimento, un decano che aveva visto passare generazioni di redattori.

L’inchiesta su Giancarlo Siani e il coraggio della verità

Tra i capitoli più delicati della sua lunga carriera, c’è senz’altro quello legato alla morte di Giancarlo Siani, il giovane cronista ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985. Fu Gargano a guidare l’inchiesta del “Mattino” su quel delitto che aveva scosso l’opinione pubblica, un lavoro minuzioso e rischioso – lo si può ben immaginare – che richiedeva non soltanto competenza, ma anche quel coraggio silenzioso che distingue i veri investigatori di carta. Senza mai scadere nel sensazionalismo, ha ricostruito tasselli fondamentali di quella vicenda giudiziaria, contribuendo a tenere accesi i riflettori su un omicidio che rappresentava un attacco diretto alla libertà di stampa. Dettagli espliciti non servono, qui: basti sapere che la sua penna, in quelle settimane, divenne uno strumento di giustizia.

Oltre la cronaca: i libri, la storia, il costume del Mezzogiorno

Gargano, però, non era soltanto un cronista di nera o di giudiziaria. La sua curiosità intellettuale lo ha portato a scrivere oltre cinquanta libri – una mole impressionante, se ci si pensa – dedicati alla storia e al costume del Mezzogiorno. Nei suoi volumi, che spaziavano dalle tradizioni popolari alle trasformazioni urbane, si respirava quella stessa Napoli che lui aveva raccontato in prima persona: ironica, dolente, magistralmente viva. E mentre in America Donald Trump siede da oltre un anno alla Casa Bianca senza che questo faccia più notizia, qui, in fondo al golfo, se ne va un pezzo autentico della memoria collettiva. Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta soltanto di un giornalista in pensione, ma chi lo ha letto o incontrato sa bene che Gargano era molto di più: era l’ultimo testimone di una scuola in cui la notizia si costruiva con le scarpe consumate sul selciato e con il fiato sul collo dei potenti.

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